I ragazzi della via Palestro

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Manici di scopa e bacchette d’ombrello.

 

Amava la pesca da sempre, da quando la prima volta col fratello più grande si era recato a pescare poco più su di casa nelle acque del torrente che scendeva dalla valle di Tavernerio verso Como. Per la verità la cosa era più che normale visto che tutti i ragazzi del quartiere andavano a pescare ma per lui la cosa aveva subito acquistato un sapore diverso, una dimensione particolare, un rapporto intimo fra lui, la canna, l’acqua e il silenzio. Quella situazione, quell’insieme di cose erano diventate il suo mondo speciale, un luogo di sogno, il suo piccolo santuario, dove trascorrere ore con la canna in mano mentre col pensiero vagava indisturbato lungo i sentieri della fantasia, in luoghi dove lui solo era in grado di arrivare. Ricorda ancora con sorpresa quella sensazione che si era impadronita di lui quando impugnata la canna da pesca aveva lanciato la lenza verso l’acqua per la prima volta e poi osservato il galleggiante bianco e rosso, una penna d’oca tagliata nella lunghezza di qualche centimetro con degli anellini di plastica per trattenerla agganciata al filo, scendere veloce a valle trascinato dalla corrente. Il gesto si era ripetuto ancora, il lancio, lo scorrere del galleggiante sull’acqua, il recupero, il lancio, ancora e ancora; in un susseguirsi quasi ipnotico di gesti e di sguardi fissi al galleggiante fra i riverberi del sole sull’acqua. Non aveva pescato nulla quel giorno, ma malgrado il fratello maggiore lo avesse bonariamente deriso per il risultato, lui non era rimasto deluso dalla giornata, affatto e si era riproposto di ripetere al più presto quell’esperienza. Così i giorni di pesca si erano susseguiti per tutta l’estate, sempre in compagnia del fratello e di qualche amico. Poco per volta aveva affinato le sue capacità, aveva pazientemente appreso a fabbricare una lenza, misurare il filo pari quasi alla lunghezza della canna, legarlo in alto al cimino flessibile, farlo scorrere negli anellini per agganciare il galleggiante, la “veletta” come veniva chiamata a quei tempi, mettere il piombino, piccole palline di piombo di varie dimensioni e peso tagliate a metà l’ungo il diametro dentro al quale veniva posto il filo per poi essere chiuso con una morsa dei denti, non troppo stretto perché il piombino poi doveva poter scorrere lungo il filo ed essere posizionato all’altezza più conveniente a seconda della profondità dell’acqua e della corrente e poi, agganciare l’amo, l’operazione più difficile perché presupponeva una tecnica particolare, non era sufficiente un semplice nodo. Era diventato bravo anche a pescare e dopo la prima volta non era mai tornato a casa a mani vuote vuote, poco a poco il suo bottino era divenuto sempre più cospicuo sino quasi ad eguagliare il fratello e sicuramente di gran lunga superiore ai risultati ottenuti dai suoi coetanei. Erano andati a pescare anche al lago, distante non più di un chilometro dalla loro abitazione, sì perché il torrente non poteva essere sfruttato più di tanto, esagerare con la pesca voleva poter dire dover rinunciarvi la stagione successiva a causa della scarsità dei pesci, vaironi ma soprattutto trottelle che ormai cominciavano a scarseggiare. Certo i pesci di torrente erano più buoni, dolci e saporiti di quelli del lago, ma anche una bella frittura di alborelle in tavola non avrebbe di certo sfigurato. Il suo rapporto con la pesca si era ulteriormente rafforzato, ma non era mai andato a pescare da solo, non perché avesse paura, anzi dentro di se agognava quel momento, l’alzarsi il mattino presto, legare la canna alla bicicletta, montarci sopra e via, pedalare lungo le strade deserte e silenti sino al lago e là diventare tutt’uno con l’acqua e la canna dove i pesci erano, loro malgrado, solo degli involontari interpreti del fatto. Questo non toglie che non fossero più che graditi, di quei tempi avere del pesce in tavola non era cosa di tutti i giorni e quando abbondava veniva distribuito a tutte le famiglie del caseggiato. Il fatto era che lui non aveva una canna sua ed utilizzava quelli che erano i pezzi di ricambio, avanzi di precedenti canne da pesca del fratello, non disponibile ad autorizzarne l’uso in sua assenza. Così un giorno decise che era venuto il momento di acquistarne una. Da tempo aveva adocchiato una canna nel negozio di pesca sportiva dove si era recato alcune volte ad acquistare ami e filo per conto del fratello, una bella canna in bambù, quattro segmenti della lunghezza di un metro ciascuno, era quella che costava meno, trecenticinquanta lire, non molto per la verità, comunque sempre troppo per lui. Di chiedere i soldi a casa non c’era nemmeno da parlarne. Si sarebbe dovuto arrangiare evitando di spendere gli spiccioli che riusciva a rimediare con gli amici raccogliendo ferri vecchi e fili di rame alla miniera. Dopo un paio di mesi era riuscito a racimolare la somma, quattrocento lire, delle quali trecentocinquanta sarebbero servite per la canna, il rimanente per filo ami, piombi e galleggiante. Così nel pomeriggio, uscito da scuola, si recò al negozio acquistò canna e attrezzatura e si diresse felice a casa, perse un po’ del suo tempo a spiegare al padre la provenienza dei soldi con i quali aveva provveduto all’acquisto, poi si recò nel solaio di casa dove tranquillamente si mise a preparate un paio di lenze per non perdere tempo il giorno successivo a montarle sul posto. La mattina dopo era domenica, sarebbe andato a pescare da solo per la prima volta, il fratello, maggiore di sette anni, da tempo al sabato sera si dedicava ad altre faccende ed il mattino era impossibile smuoverlo dal letto.

Preparata la lenza l’avvolse sul legnetto di supporto e la legò alla sommità della canna assicurando in tutto con un elastico, aveva predisposto tutto. Si svegliò ancora prima del suono della sveglia, guardò le ore, erano le quattro e trenta e non era ancora chiaro, ma la smania per quella che sarebbe stata la sua “prima” gli impedì di prendere nuovamente sonno, si alzò cercando di non fare rumore, si vestì, prese la canna ami e filo di scorta una vecchia federa di cuscino che faceva da sacchetto da raccolta, le esche e scese giù in cortile dove lo attendeva la sua bicicletta. Tutto era come se lo era immaginato, il cielo che solo allora tendeva a schiarire, l’aria fresca di un mattino di inizio giugno, il profumo dei tigli del viale, e poi via pedalando lungo le vie deserte del centro e… l’odore del pane appena sfornato. Si fermò davanti all’ingresso del fornaio come era solito fare col fratello, bussò leggermente alla finestra che si aprì per mostrare il viso sorridente del panettiere che subito gli porse due michette appena sfornate, calde e fragranti,in cambio delle moneta di dieci lire che si era portato appresso, la sua colazione, al resto avrebbe provveduto la fontanella della piazza, il drago verde, come veniva chiamato a causa dell’immagine raffigurata sulla cima.. Aveva scelto un luogo particolare per iniziare le sua avventura di pesca solitaria, un luogo un po’ isolato poco frequentato dai pescatori a causa della riva alta e delle difficoltà che presentava di recupero del pesce se di discrete dimensioni, lui lo aveva scelto soprattutto per questa ragione, avrebbe trascorso la sua giornata di pesca in tutta tranquillità, col suo rapporto speciale con la canna, l’acqua e il sogno. Giunto sul posto, constatò con piacere che il luogo come aveva sperato era deserto, le prime luci dell’alba si stavano affacciando da dietro la corona di monti che incorniciavano il lago, si affacciò al parapetto e diede una scorsa all’acqua giù sotto, le basse acque della riva pullulavano come previsto di cavedani di varie dimensioni, tutti presi dalla frega, le grosse femmine intente alla posa delle uova ed i più piccoli maschi a lottare fra loro nel tentativo di raggiungerle e fecondarle. Montò la canna, sciolse la lenza, ed iniziò a pescare. Aveva elaborato un sistema tutto suo per quel tipo di pesca, il galleggiante che solitamente serviva a segnalare che il pesce aveva abboccato, in quel caso serviva solo ad appesantire la lenza per facilitare il lancio, il filo, caricato solo di un leggero peso che serviva a fare scendere l’esca sotto al pelo dell’acqua, lui, pescava ad occhio. Certo, non era facile, ma funzionava. Occorreva seguire attentamente l’esca mentre scendeva poco alla volta, osservare attentamente l’avvicinarsi dei pesci e della possibile preda, allontanare l’esca, con un piccolo movimento della canna dal muso del pesce quando questi si avvicinava, per confonderlo e spingerlo all’attacco, per impedirgli di notare la presenza dell’amo e del filo. Occorreva tempismo, abilità e destrezza, ma funzionava, anche se, causa la velocità dell’esecuzione, ma soprattutto delle dimensioni della preda, a volte la lenza non reggeva allo strattone improvviso ed il pesce, dopo un veloce contorcimento, si allontanava nell’acqua con l’amo infisso nella mascella. La giornata prometteva bene, era passata solo una mezzora dal suo arrivo e già due pesci del peso di un paio di etti avevano cominciato a gonfiare il sacchetto. Quasi sdraiato sul muretto che costeggiava la sponda continuò a pescare ed ecco che un cavedano di buone dimensioni, si avvicinò all’esca, una piccola esitazione, il leggero spostamento laterale della stessa, l’attacco e l’aggancio. La lenza, rispose alla sollecitazione improvvisa, si tese ma non si spezzò la canna si inarcò quasi volesse spezzarsi, il pesce lottò con tutte le sue forze, cercò di inabissarsi velocemente, poi trattenuto dal filo, tornò velocemente verso la superficie, saltando fuori dall’acqua, per poi ricadervi e tentare nuovamente di inabissarsi, sempre accompagnato in ogni suo tentativo dalla canna che ne seguiva ogni suo movimento. In un continuo ripetersi, era una lotta di resistenza. O sarebbe riuscito a spezzare il filo, a liberarsi dell’amo, oppure alla fine stanco e stremato sarebbe stato lentamente condotto a riva e salpato, e fu quanto accadde. Aveva il pesce fra le mani, lo osservava attentamente, era soddisfatto, felice. Sicuramente la preda superava il mezzo chilo di peso, forse la sua migliore cattura sino a quel giorno, lo avrebbe mostrarlo con orgoglio a casa vantandosi col fratello, ora anche lui era diventato un pescatore provetto.

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Appoggiata la canna sul marciapiede, lentamente si apprestò a slamare il pesce senza accorgersi che la canna aveva iniziato a rotolare, con un movimento quasi impercettibile, verso il bordo del marciapiede. Il pesce era stato slamato a con cura e riposto con gli altri nel sacchetto, ma nel frattempo la canna nel suo lento rotolare aveva superato il bordo del marciapiede ed era finita sulla strada proprio nell’attimo in cui stava sopraggiungendo la filovia che collegava Como con Cernobbio. Il rumore non fu forte, solo uno scricchiolio richiamò la sua attenzione, giusto il tempo per vedere il filobus allontanarsi e scorgere, sull’asfalto, i resti sbriciolati di quella che sino a pochi istanti prima era stata la sua canna, la sua prima canna. Non sapeva più quello che provava, rabbia delusione, dolore gli montarono dentro. Le lacrime gli salirono agli occhi mentre imprecava ad alta voce contro se stesso e la sua stupidità. Quella che era iniziata come una splendida giornata si è trasformata in una piccola tragedia ed era solo metà mattina, non restava che raccogliere i pesci, liberare la strada dei frammenti di canna e rientrare a casa. Al rientro la madre lo guardò sorpresa, “Come mai così presto?” chiese senza ottenere risposta. Lui le porse il sacchetto dei pesci e poi, con gli occhi ancora lucidi di pianto, salì in soffitta in quello che era il suo piccolo rifugio e qui, riprese a rimuginare ancora una volta sull’accaduto, se avesse fatto più attenzione, se avesse posato la canna in diagonale se, se………. Sì era rovinato la giornata e non solo quella, sarebbero occorsi un paio di mesi prima che fosse in grado di racimolare la somma che gli potesse consentire l’acquisto di una nuova canna, e nel pomeriggio, non avrebbe potuto tornare a pescare. Così pensando , girò con lo sguardo per la soffitta sperando di intravedere le canne del fratello, inutile, anche lui seppure tardi se n’era andato a pesca con gli amici, sarebbe rientrato solo verso sera ed aveva portato tutto con sé, anche i ricambi. Nulla nemmeno un pezzo di canna era visibile, solo un manico di scopa e i resti di un vecchio ombrello. Un manico di scopa ed un ombrello, vuoi vedere che……. Un’ idea gli passò per la mente, per quanto balzana fosse avrebbe anche potuto funzionare. Prese il manico di scopa e lo strinse nel morsetto del tavolo da lavoro, poi con l’aiuto di un accetta e del martello, picchiando piano piano per evitare che ii manico si spezzasse, praticò un taglio verticale di una decina di centimetri sulla sua sommità. Prese l’ombrello e ne esaminò le bacchette, ferro pieno abbastanza robusto e resistente e flessibile, avrebbero potuto anche reggere. Ne prese due le legò strettamente con dello spago alla due estremità, lasciando quella inferiore libera per una decina di centimetri e provvide ad infilarla a forza nella fessura praticata nel manico, assicurandola con dei tasselli di legno sui lati e poi legando strettamente il tutto ancora con dello spago. L’aggeggio ottenuto, perché di certo non poteva essere definito una canna, era lungo, se così si poteva dire, poco meno di due metri, rigido, come un manico di scopa appunto nella sua prima parte ma molto flessibile forse troppo nella parte terminale. Lo osservò per un po’, ne saggiò la resistenza e pensò che con un po’ di accortezza e pazienza avrebbe potuto anche funzionare, occorreva solo trovare un posto adatto in prossimità dell’acqua e già sapeva dove andare. Ridusse le lenze preparate la giornata prima per la canna alle giuste dimensioni, ne agganciò una alle bacchette d’ombrello, l’assicurò col solito elastico, poi lo appoggiò al muro e scese a pranzo. Il pomeriggio sarebbe tornato a pescare. Non erano ancora le tredici che già stava pedalando con lo strano aggeggio al seguito, legato alla canna delle bicicletta, dirigendosi verso il luogo prescelto. Si trattava di una piccola insenatura lungo la passeggiata a lago con una spiaggetta ed un piccolo molo su di un lato, quello aveva deciso, sarebbe stata la sua postazione di pesca. Il luogo era già frequentato. Alcuni pescatori, attrezzati di tutto punto, cappello con esche, camicia e pantaloni cachi, gilet verde griffato dallo stemma della società di pesca, si avvicendavano sulla riva, con le loro canne a mulinello, milanesi, pensò, ma anche la loro presenza era stata prevista.

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Prese il tuo attrezzo artigianale, scavalcò la ringhiera e si assestò sul muretto. Nel vederlo gli altri si guardarono poi uno chiese, “Ma con quello cosa conti di fare? Infilzarli?” e scoppiarono a ridere fragorosamente. Il loro atteggiamento non lo sorprese più di tanto, ci era abituato, altre volte avevano riso per la sua attrezzatura raffazzonata, certo mai “così” raffazzonata. Alzò le spalle con noncuranza e fece il primo lancio pensando, “Aspetta che se solo regge per la giornata, poi vediamo chi ride”. Non erano passati nemmeno 10 minuti che il suo braccio si mosse all’indietro di scatto, le due bacchette d’ombrello sollecitate del peso di un bel cavedano di buone dimensioni si fletterono quasi ad arco, lui lentamente, sempre con la scopa ben salda nelle mani, fece il percorso inverso, scavalcò nuovamente la ringhiera, scese alla spiaggia, vi trascinò dolcemente il pesce guizzante, lo slamò e lo infilo nel sacchetto, per tornare a riprendere la sua posizione di pesca sul moletto, sotto lo sguardo stupito dei “milanesi” che commentarono fra di loro “Solo uno sfacciato colpo di fortuna”. Ma i colpi di fortuna continuarono a susseguirsi per tutto l’arco del pomeriggio alla distanza di dieci, quindici minuti l’uno dall’altro. I “milanesi” che da parte loro stavano ottenendo uno stupendo cappotto, ora non ridevano più. A guardarli bene sembravano loro i cavedani, ogni volta che lo osservavano lasciare il moletto e scendere alla riva per slamare il pesce. Bocca aperta, occhi spalancati, sguardo fra il confuso, il contrito e l’adirato. Si sarebbe potuto giustamente dire che “non sapessero più quali pesci pigliare”. La giornata volgeva al termine, soddisfatto per il risultato comunque ottenuto per merito dello strano attrezzo, ma ancora triste per la perdita delle nuova canna, si accinse a rientrare a casa; scavalcò per l’ultima volta la ringhiera, raggiunse la bicicletta, legò saldamente il manico di scopa alla canna, esaminò il contenuto del sacchetto, dove una quindicina di cavedani tutti sui due, tre etti di peso facevano bella mostra di sè ed iniziò a legarlo per assicurare anche quello alla bicicletta sul portapacchi posteriore. Durante l’operazione i milanesi, che nel frattempo avevano riposto anche loro l’attrezzatura si erano avvicinati ed ora lo osservavano quasi con timore e rispetto, sino che uno trovò il coraggio di parlare:

Ora cosa ne fai dei pesci?” chiese.

Li porto a casa alla mia mamma” rispose lui

Non ce ne daresti qualcuno?” fu la timida richiesta.

Non so – rispose – sa a noi a casa i pesci servono per la cena”
“Ma dai ne hai presi tanti, e poi domani tu potrai tornare a pescare”

Ma mica gratis sai, – aggiunse subito un altro – te li paghiamo”
“Non so, poi a casa……. “

A casa puoi dire che oggi non hai preso niente”, si intromise il terzo, e subito come per incanto nelle mani dei tre apparvero delle banconote da cinquecento lire.

Solo un attimo di esitazione, poi pesci e banconote si scambiarono di mano. Inforcata la bicicletta, con le banconote nella tasca dei pantaloncini, pedalando velocemente raggiunse il negozio di pesca sportiva aperto anche la domenica in quanto tabaccaio. Rientrò a casa per l’ora di cena senza pesci ma con una canna nuova di zecca più bella della precedente, un cestino di vimini per i pesci nel cui interno erano posizionati con cura, galleggianti, rocchetti di filo, scatolette di ami e di piombi; un’attrezzatura completa. Il padre lo guardò prima con sospetto, poi ascoltando l’intera storia sorridendo quasi con orgoglio disse “Sì, va bene, ma la prossima volta, i pesci, portali a casa”.

Bravo – gli disse invece il fratello e poi all’improvviso gli ammollò uno scappellotto fra capo e collo – ma la prossima volta spegni la sveglia”.

L’oggetto misterioso non fu mai più utilizzato ma rimase là nel solaio facendo bella mostra di sè a ricordo di quella splendida giornata.

                                                             refusi

I ragazzi della via Palestroultima modifica: 2010-01-17T14:58:00+00:00da refusi
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4 Commenti

  • Che dire… non è il mio genere ma come racconto per ragazzi potrebbe andare. Ciusssssssssss. 🙂

  • Beh… ti ho detto già che mi piace e perchè. Voglio solo aggiungere che quel bambino non è cambiato poi molto, con gli anni: la sua immaginazione e il suo spirito sono rimasti identici. E a tutti quelli che lo ritengono un po’ testardo… beh, vorrei dire che è solo tenace. E lo era fin da piccolo 🙂

  • bellissima descrizione dell’alba e del silenzio, un racconto scorrevole che piace molto!

  • Ciao, ripasserò per arrivare fino in fondo… oggi faccio fatica a focalizzare tante parole!
    kisses e buona giornata

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