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Questa non è la vecchia fattoria

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(testo di canzone in cerca di musica)

Il bel paese lo chiamavano

era un paese di bellezza e di poesia

sicuramente non sbagliavano

ma era solo coreografia.

Era un paese senza regole

mafia, camorra, cosa nostra e così via

ma anche gli onesti ci abitavano

pertanto era anche cosa mia,

e anche se questi si illudevano

di certo non era la vecchia fattoria.

Lavoratori ed industriali si impiccavano

privati di lavoro e fantasia

uniti insieme se ne andavano

i proletari con la borghesia.

Era un paese di politici ………

che si arricchivano prima di andar via,

lasciando tutti quelli che protestavano

nelle mani della polizia.

Intanto i giudici processavano,

tutti impettiti nella loro biancheria,

soltanto quelli che contavano

per apparire in fotografia

nei notiziari che riempivano

tutti gli schermi di un immensa porcheria.

Così gli imbonitori ne approfittavano

vecchi comici balordi o così sia

urlando dentro alle piazze predicavano

senza arte ne parte un utopia,

e gli allocchi e gli scontenti gli credevano

accomunati dalla frenesia

più disperati che convinti si aggrappavano

a una speranza ma con malinconia.

Però io so di certo si sbagliavano

ingannati dalla dietrologia

e non volendo il paese indirizzavano

decisamente su una brutta via.

Furono in molti allora che decisero

decisamente che era meglio andare via

fu con certezza illuminata che capirono

quella non era la vecchia fattoria…………..

ia ia ooohhhhhhhh

 

 

Seconda mano

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La prima parola d’amore
timidamente sussurrata
al lobo
di un compiacente orecchio.
La prima velata menzogna,
voluta,
celata nel buio delle labbra
per conquistare un amore
da altri sfitto,
dimenticato nell’abitudine
di un rapporto consunto.
Tu mendicante
raccogliendo vai
altrui resti.

Sotto il sole, nella pioggia

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Confusi stati d’animo

rendono instabili,

dei miei pensieri i confini.

Volti ignoti,

luoghi sconosciuti,

paesaggi sfiorati

da leggiadre fate,

bui baratri, frequentati

da ossessivi orchi

si affacciano

dall’universo inconscio

a lambire una ragione

succube,

al quieto vivere.

Io da sempre cammino

sotto un cielo di sole

fradicio di pioggia.

Personali cumuli,

perennemente inondano

la mia anima

di lacrime mi piante

a farcire un dolore

che non trova causa,

nato in un immemore

lontano passato,

prima ch’io fossi

Frammenti

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Perso, perso, perso

l’ultimo frammento di sogno.

Anima singhiozzante rincorri

spirali di gioia

tenui come nebbia,

apparse in un istante di oblio

e subito fugate

da feroci luci.

Incompleto

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Cieco nel buio

odo

un sussurrar di voci,

che di ricordi colmano

i pensieri.

Voci che perdo

quando la luce appare

e nuovamente corro

incontro alle emozioni.

Cieco nel buio

sordo nella luce,

col tempo, forse

un giorno sarò

uno.

La canzone dell’uomo

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Sei nato piangendo in un giorno passato
con già sulle spalle un antico peccato
Ed ancora incosciente hai chiesto il perdono
per questa tua colpa al Figlio dell’Uomo
Poi ti hanno parlato di leggi e morali
e ti hanno insegnato che siam tutti uguali
Ma poi ti sei accorto che i ricchi e i potenti
da leggi e morali sono sempre esenti,
così ti sei posto alla cerca del vero
inseguendo risposte in ogni pensiero.
Ma un uomo che pensa è un uomo perduto
il suo mondo si perde nel nero assoluto
ed proprio per questo che sente il bisogno
di prender la fuga all’interno di un sogno
ma un uomo che sogna è un uomo dannato
non trova più posto in tutto il creato
perché dentro intende che le cose belle
son troppo lontane, son oltre le stelle
così abbassa gli occhi, e tace la voce
ma dentro gli esplode una rabbia feroce
ma è una rabbia inutile che fa solo male
imbelle e sconvolto in un gesto fatale…
E la’ sulla Senna, su un vecchio barcone
il ricordo di un uomo, soltanto un barbone

 

…annovero

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Dov’è il mio posto?

Dove,

la mia ultima spiaggia.

Scopo perso

in lontani millenni

Quale il fine?

Arrovellandomi confondo

la realtà e il sogno

l’uomo e Dio

la vita e la morte.

Sempre più solo

annovero

innumerevoli

inutili gesti.

 

Del pane e del vino

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Datemi del pane
che fui io
ad arare i campi un fondi solchi
io sparsi
con callose mani i semi
io mietei i campi
falciando steli,
trebbiai dorate spighe
e macinai farina.
Datemi,
quel pane che è mio.
Versate il vino,
che io posai le viti
in diritte file lungo la collina,
io, ne potai i rami
colsi i grappoli,
e i piedi miei
pigiarono nei tini
il rosso nettare.
Versate,
quel vino che è mio.
Datemi del pane
versate del vino
per la mia comunione.
La comunione del corpo
giacché sin troppo
nutriste il mio spirito,
che il mio stomaco
rattrappito dall’aria
inacidito dall’acqua
ora
chiede altro cibo.

 

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