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I ragazzi della via Palestro – La banda del gufo

I ragazzi della

 

 

La banda del Gufo.

 

Antefatto.

La Banda del Gufo, chi non aveva sentito parlare della Banda del Gufo? Tutti nei quartieri di periferia ne narravano le gesta. Erano forti, si diceva, organizzati, imbattibili. Dove arrivavano tutto passava sotto il loro dominio, così si diceva. Erano la leggenda periferica di quei tempi, anche i ragazzini di Via Palestro ne avevano sentito parlare, raccontare le gesta, ma non li avevano mai visti.

 

 

Questa è una vicenda che accadde, anni dopo, diciamo al centro o più verso la fine della storia di quei ragazzi di Via Palestro. Alcuni di loro erano cresciuti, avevano abbandonato la banda, non per propria volontà ma per una questione di tempi e di anni, avevano iniziato a lavorare ed erano passati dalla parte dei… grandi. I più piccoli erano cresciuti ed ora erano diventati il nucleo del gruppo al quale si erano aggiunti i nuovi che avevano raggiunto l’età per poter partecipare senza troppi rischi alle imprese di quei ragazzini.

Era un giorno di fine agosto, a breve sarebbero ricominciate le scuole e il momento era atteso con uno stato d’animo contrastante, la delusione per una fine considerata prematura delle vacanze estive e il desiderio di incontrare i compagni di classe ai quali poter raccontare le avventure delle trascorse vacanze. La giornata era soleggiata ed ancora calda e un gruppo di ragazzini, Emilio, Mirko, Claudio, Sergio e Giuseppino, cosi chiamato per distinguerlo dall’altro Giuseppe, non perché più piccolo, cosa molto difficile considerando le notevoli dimensione per l’età, ma solo perché più giovane, si accingevano, sulla Marogna, (una piccola collinetta poco distante dalle loro abitazioni, chiamata così per via del materiale marrone rossiccio di cui era composta. Una vecchia discarica di carbone bruciato dalle fabbriche della zona e depositato poi in quel luogo ormai da tempo e ora coperto da erba, cespugli e frasche che ne avevano colonizzato l’ambiente) alla costruzione di un circuito per poi giocarci alle gare con le bilie. Erano tutti presi nel loro lavoro scavando solchi, costruendo gallerie, salitelle e discese quando udirono un rumore lontano che si stava avvicinando. Si fermarono, alzarono lo sguardo, si fissarono, un tamburo, sì, il suono che stavano ascoltando e che si avvicinava velocemente nella loro direzione era decisamente il suono di un tamburo. La cosa risultava essere parecchio insolita, in effetti le sole volte che avevano udito quel suono era stato in occasione delle manifestazioni cittadine, in centro, con sbandieratori e majorette; ma chi avrebbe mai potuto pensare di sentire rullare un tamburo per le strade di periferia, in un giorno feriale poi? Abbandonarono quello che stavano facendo e si alzarono guardandosi attorno e così li videro e restarono ad osservarli con la faccia sorpresa e la bocca spalancata, mentre questi si avvicinavano. Erano una dozzina di ragazzini più o meno della stessa età venivano dal nord, cioè dal centro città, ma a sorprenderli non era questo fatto, ma come si presentavano. Venivano avanti in fila ordinati, inquadrati come le reclute che vedevano fare le esercitazioni su in piazza d’armi, disposti in doppia fila, marciavano al passo, in prima fila quello che suonava il tamburo che loro avevano inteso, a lato il portabandiera che reggeva una lunga asta sulla quale sventolava un bianco drappo di raso sopra al quale era cucita, in colori sgargianti, l’effige di un gufo. In testa quello che doveva essere il capo che impartiva ordini segnando il passo e indicando la direzione. Vestivano tutti allo stesso modo, camicie bianche, calzoncini corti (ma non come quelli che indossavano loro che a malapena arrivavamo due o tre dita sotto l’inguine, non per una questione di moda o di esibizionismo, ma solo per carenza di stoffa), all’inglese, di colore blu al ginocchio, e tutti portavano alla spalla, a guisa di fucile o di lancia una lunga asta di legno, tranne che per il capo che portava agganciata alla cintura quella che avrebbe potuto definirsi nelle intenzioni una sciabola. Continuarono ad osservarli ora curiosi di capire chi fossero e cosa volessero, mentre questi sempre al passo procedevano nella loro direzione, per arrivare a fermarsi proprio davanti a loro. Qui su ordine del capo si fermarono, fecero fronte a loro posarono le aste di legno a terra protendendole davanti a loro a braccio teso in atteggiamento aggressivo. Il capo a questo punto si rivolse al gruppo di ragazzini che immobili, osservavano la scena sempre più stupiti
“Siamo La Banda del Gufo e prendiamo possesso di questo territorio ”
Emilio fu a prendere la parola e a nome dei ragazzini rispose:
“No guarda che qui ci siamo noi, ci siamo da sempre è il nostro campo di giochi.”
Imperturbabile l’altro si erse, per quanto potesse erigersi, in tutta la sua statura, posando ostentatamente la mano su quella che doveva essere l’elsa della sciabola, proseguì:
“Noi vi abbiamo conquistato, sarete i nostri sudditi”
I ragazzini si guardarono l’un l’altro indecisi se arrabbiarsi o se scoppiare in una risata. Claudio che si trovava più vicino al capo di quel gruppo e che sembrava il più stupito di tutti tanto da tenere ancora fra le mani una grossa pietra che intendeva posizionare sui bordi del circuito, le alzò contemporaneamente al cielo quasi in un gesto di disperazione e cosi facendo mollo la pietra imprimendogli una leggera traiettoria quanto bastava per mandarla a cadere giusto giusto su di un piede del comandante di quella brigata. Un urlo lacerò l’aria mentre il comandante persa la sua aria altera prese a saltellare per il prato su di un piede solo in precario equilibrio cercando di tenere il piede colpito con le mani.
“Lo hai fatto apposta” urlava fra un gemito e l’altro “Lo hai fatto apposta”
prendendo poi a zoppicare goffamente attorno al suo gruppo sempre schierato e in attesa di ordini. Il gruppo dei ragazzini tratteneva a stento le risate e restava in attesa degli eventi.
“Scusa, scusa, mi è sfuggita di mano” stava intanto dicendo Claudio all’altro, mostrando un espressione contrita “Non l’ho fatto apposta””Non ti credo” urlò lui di rimando trattenendo a stento le lacrime più per l’orgoglio ferito che per il dolore o per entrambi, “Lo hai fatto apposta”
A questo punto Claudio allargando le braccia in un gesto di rassegnazione rispose:
“Beh sì, ora che mi ci fai pensare sì”
e scoppiò finalmente in quella risata al lungo trattenuta seguito da tutta la combriccola. La rabbia prese il sopravvento, rosso in faccia il capo  prese a urlare ordini ai suoi, assumendo l’atteggiamento di un commandante che va alla guarra:
“Uomini, in posizione”
Quelli della banda si disposero a semicerchio brandendo le aste in avanti:
“All’attacco”
Ecco quella fu la parola che non avrebbe mai dovuto pronunciare non sapendo con chi avesse avuto a che fare. Di certo non poteva sapere che quello sparuto gruppo di ragazzini dall’apparenza dimessa e mal assortita, fosse decisamente ben attrezzato proprio per quel tipo di situazioni, non poteva sapere che ogni ragazzino di quel gruppo così male assortito portasse nella tasca posteriore dei calzoncini una fionda perfettamente efficiente e che fosse abilissimo nell’uso. Non poteva sapere che le tasche anteriori invece fossero stracolme di bilie di gesso per giocarci nei circuiti ma che all’occasione diventavano degli ottimi proiettili per le fionde. No questo non lo poteva sapere.

Così mentre ragazzi della Banda del Gufo caricavano con le aste spianate i cinque della via Palestro schizzarono contemporaneamente in cinque direzioni diverse quasi volessero darsi alla fuga suscitando urla di vittoria negli inseguitori,  ma dopo pochi passi si fermarono e si girano brandendo immediatamente la fionda carica e pronta all’uso fecero partire la prima scarica di colpi. Gli assalitori non capirono subito quello che stava accadendo, ma i primi della fila non tardarono ad accorgersene a loro spese, mollarono le aste e urlando, presero a massaggiarsi le gambe all’altezza delle cosce dove le bilie avevano impresso il loro marchio. Stessa sorte toccò a quelli che li seguivano. La battaglia durò meno di cinque minuti, nessuno di quel gruppo fu tanto coraggioso si rischiare una seconda sassaiola e si diedero alla fuga mollando armi e bagagli. I ragazzini li guadarono fuggire  piegandosi in due dalle risate, non li inseguirono e si limitarono a raccogliere il bottino lasciato sul campo, le aste e la bandiera, mentre procedeva nella raccolta, Mirco commentò, “Non hanno mollato il tamburo, peccato, mi sarebbe piaciuto averne uno”. Poi tornarono alla costruzione del circuito.

La storia venne raccontata, se ne parlò in tutti i quartieri di periferia, era nata la Nuova Banda del Gufo, ma loro non lo sapevano  e non sapevano che il fatto gli avrebbe portato dei guai, che le bande di altri quartieri sarebbero venuti apposta per sfidarli. Ma queste, sono altre storie.

 

 

 

 

I ragazzi della via Palestro

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Manici di scopa e bacchette d’ombrello.

 

Amava la pesca da sempre, da quando la prima volta col fratello più grande si era recato a pescare poco più su di casa nelle acque del torrente che scendeva dalla valle di Tavernerio verso Como. Per la verità la cosa era più che normale visto che tutti i ragazzi del quartiere andavano a pescare ma per lui la cosa aveva subito acquistato un sapore diverso, una dimensione particolare, un rapporto intimo fra lui, la canna, l’acqua e il silenzio. Quella situazione, quell’insieme di cose erano diventate il suo mondo speciale, un luogo di sogno, il suo piccolo santuario, dove trascorrere ore con la canna in mano mentre col pensiero vagava indisturbato lungo i sentieri della fantasia, in luoghi dove lui solo era in grado di arrivare. Ricorda ancora con sorpresa quella sensazione che si era impadronita di lui quando impugnata la canna da pesca aveva lanciato la lenza verso l’acqua per la prima volta e poi osservato il galleggiante bianco e rosso, una penna d’oca tagliata nella lunghezza di qualche centimetro con degli anellini di plastica per trattenerla agganciata al filo, scendere veloce a valle trascinato dalla corrente. Il gesto si era ripetuto ancora, il lancio, lo scorrere del galleggiante sull’acqua, il recupero, il lancio, ancora e ancora; in un susseguirsi quasi ipnotico di gesti e di sguardi fissi al galleggiante fra i riverberi del sole sull’acqua. Non aveva pescato nulla quel giorno, ma malgrado il fratello maggiore lo avesse bonariamente deriso per il risultato, lui non era rimasto deluso dalla giornata, affatto e si era riproposto di ripetere al più presto quell’esperienza. Così i giorni di pesca si erano susseguiti per tutta l’estate, sempre in compagnia del fratello e di qualche amico. Poco per volta aveva affinato le sue capacità, aveva pazientemente appreso a fabbricare una lenza, misurare il filo pari quasi alla lunghezza della canna, legarlo in alto al cimino flessibile, farlo scorrere negli anellini per agganciare il galleggiante, la “veletta” come veniva chiamata a quei tempi, mettere il piombino, piccole palline di piombo di varie dimensioni e peso tagliate a metà l’ungo il diametro dentro al quale veniva posto il filo per poi essere chiuso con una morsa dei denti, non troppo stretto perché il piombino poi doveva poter scorrere lungo il filo ed essere posizionato all’altezza più conveniente a seconda della profondità dell’acqua e della corrente e poi, agganciare l’amo, l’operazione più difficile perché presupponeva una tecnica particolare, non era sufficiente un semplice nodo. Era diventato bravo anche a pescare e dopo la prima volta non era mai tornato a casa a mani vuote vuote, poco a poco il suo bottino era divenuto sempre più cospicuo sino quasi ad eguagliare il fratello e sicuramente di gran lunga superiore ai risultati ottenuti dai suoi coetanei. Erano andati a pescare anche al lago, distante non più di un chilometro dalla loro abitazione, sì perché il torrente non poteva essere sfruttato più di tanto, esagerare con la pesca voleva poter dire dover rinunciarvi la stagione successiva a causa della scarsità dei pesci, vaironi ma soprattutto trottelle che ormai cominciavano a scarseggiare. Certo i pesci di torrente erano più buoni, dolci e saporiti di quelli del lago, ma anche una bella frittura di alborelle in tavola non avrebbe di certo sfigurato. Il suo rapporto con la pesca si era ulteriormente rafforzato, ma non era mai andato a pescare da solo, non perché avesse paura, anzi dentro di se agognava quel momento, l’alzarsi il mattino presto, legare la canna alla bicicletta, montarci sopra e via, pedalare lungo le strade deserte e silenti sino al lago e là diventare tutt’uno con l’acqua e la canna dove i pesci erano, loro malgrado, solo degli involontari interpreti del fatto. Questo non toglie che non fossero più che graditi, di quei tempi avere del pesce in tavola non era cosa di tutti i giorni e quando abbondava veniva distribuito a tutte le famiglie del caseggiato. Il fatto era che lui non aveva una canna sua ed utilizzava quelli che erano i pezzi di ricambio, avanzi di precedenti canne da pesca del fratello, non disponibile ad autorizzarne l’uso in sua assenza. Così un giorno decise che era venuto il momento di acquistarne una. Da tempo aveva adocchiato una canna nel negozio di pesca sportiva dove si era recato alcune volte ad acquistare ami e filo per conto del fratello, una bella canna in bambù, quattro segmenti della lunghezza di un metro ciascuno, era quella che costava meno, trecenticinquanta lire, non molto per la verità, comunque sempre troppo per lui. Di chiedere i soldi a casa non c’era nemmeno da parlarne. Si sarebbe dovuto arrangiare evitando di spendere gli spiccioli che riusciva a rimediare con gli amici raccogliendo ferri vecchi e fili di rame alla miniera. Dopo un paio di mesi era riuscito a racimolare la somma, quattrocento lire, delle quali trecentocinquanta sarebbero servite per la canna, il rimanente per filo ami, piombi e galleggiante. Così nel pomeriggio, uscito da scuola, si recò al negozio acquistò canna e attrezzatura e si diresse felice a casa, perse un po’ del suo tempo a spiegare al padre la provenienza dei soldi con i quali aveva provveduto all’acquisto, poi si recò nel solaio di casa dove tranquillamente si mise a preparate un paio di lenze per non perdere tempo il giorno successivo a montarle sul posto. La mattina dopo era domenica, sarebbe andato a pescare da solo per la prima volta, il fratello, maggiore di sette anni, da tempo al sabato sera si dedicava ad altre faccende ed il mattino era impossibile smuoverlo dal letto.

Preparata la lenza l’avvolse sul legnetto di supporto e la legò alla sommità della canna assicurando in tutto con un elastico, aveva predisposto tutto. Si svegliò ancora prima del suono della sveglia, guardò le ore, erano le quattro e trenta e non era ancora chiaro, ma la smania per quella che sarebbe stata la sua “prima” gli impedì di prendere nuovamente sonno, si alzò cercando di non fare rumore, si vestì, prese la canna ami e filo di scorta una vecchia federa di cuscino che faceva da sacchetto da raccolta, le esche e scese giù in cortile dove lo attendeva la sua bicicletta. Tutto era come se lo era immaginato, il cielo che solo allora tendeva a schiarire, l’aria fresca di un mattino di inizio giugno, il profumo dei tigli del viale, e poi via pedalando lungo le vie deserte del centro e… l’odore del pane appena sfornato. Si fermò davanti all’ingresso del fornaio come era solito fare col fratello, bussò leggermente alla finestra che si aprì per mostrare il viso sorridente del panettiere che subito gli porse due michette appena sfornate, calde e fragranti,in cambio delle moneta di dieci lire che si era portato appresso, la sua colazione, al resto avrebbe provveduto la fontanella della piazza, il drago verde, come veniva chiamato a causa dell’immagine raffigurata sulla cima.. Aveva scelto un luogo particolare per iniziare le sua avventura di pesca solitaria, un luogo un po’ isolato poco frequentato dai pescatori a causa della riva alta e delle difficoltà che presentava di recupero del pesce se di discrete dimensioni, lui lo aveva scelto soprattutto per questa ragione, avrebbe trascorso la sua giornata di pesca in tutta tranquillità, col suo rapporto speciale con la canna, l’acqua e il sogno. Giunto sul posto, constatò con piacere che il luogo come aveva sperato era deserto, le prime luci dell’alba si stavano affacciando da dietro la corona di monti che incorniciavano il lago, si affacciò al parapetto e diede una scorsa all’acqua giù sotto, le basse acque della riva pullulavano come previsto di cavedani di varie dimensioni, tutti presi dalla frega, le grosse femmine intente alla posa delle uova ed i più piccoli maschi a lottare fra loro nel tentativo di raggiungerle e fecondarle. Montò la canna, sciolse la lenza, ed iniziò a pescare. Aveva elaborato un sistema tutto suo per quel tipo di pesca, il galleggiante che solitamente serviva a segnalare che il pesce aveva abboccato, in quel caso serviva solo ad appesantire la lenza per facilitare il lancio, il filo, caricato solo di un leggero peso che serviva a fare scendere l’esca sotto al pelo dell’acqua, lui, pescava ad occhio. Certo, non era facile, ma funzionava. Occorreva seguire attentamente l’esca mentre scendeva poco alla volta, osservare attentamente l’avvicinarsi dei pesci e della possibile preda, allontanare l’esca, con un piccolo movimento della canna dal muso del pesce quando questi si avvicinava, per confonderlo e spingerlo all’attacco, per impedirgli di notare la presenza dell’amo e del filo. Occorreva tempismo, abilità e destrezza, ma funzionava, anche se, causa la velocità dell’esecuzione, ma soprattutto delle dimensioni della preda, a volte la lenza non reggeva allo strattone improvviso ed il pesce, dopo un veloce contorcimento, si allontanava nell’acqua con l’amo infisso nella mascella. La giornata prometteva bene, era passata solo una mezzora dal suo arrivo e già due pesci del peso di un paio di etti avevano cominciato a gonfiare il sacchetto. Quasi sdraiato sul muretto che costeggiava la sponda continuò a pescare ed ecco che un cavedano di buone dimensioni, si avvicinò all’esca, una piccola esitazione, il leggero spostamento laterale della stessa, l’attacco e l’aggancio. La lenza, rispose alla sollecitazione improvvisa, si tese ma non si spezzò la canna si inarcò quasi volesse spezzarsi, il pesce lottò con tutte le sue forze, cercò di inabissarsi velocemente, poi trattenuto dal filo, tornò velocemente verso la superficie, saltando fuori dall’acqua, per poi ricadervi e tentare nuovamente di inabissarsi, sempre accompagnato in ogni suo tentativo dalla canna che ne seguiva ogni suo movimento. In un continuo ripetersi, era una lotta di resistenza. O sarebbe riuscito a spezzare il filo, a liberarsi dell’amo, oppure alla fine stanco e stremato sarebbe stato lentamente condotto a riva e salpato, e fu quanto accadde. Aveva il pesce fra le mani, lo osservava attentamente, era soddisfatto, felice. Sicuramente la preda superava il mezzo chilo di peso, forse la sua migliore cattura sino a quel giorno, lo avrebbe mostrarlo con orgoglio a casa vantandosi col fratello, ora anche lui era diventato un pescatore provetto.

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Appoggiata la canna sul marciapiede, lentamente si apprestò a slamare il pesce senza accorgersi che la canna aveva iniziato a rotolare, con un movimento quasi impercettibile, verso il bordo del marciapiede. Il pesce era stato slamato a con cura e riposto con gli altri nel sacchetto, ma nel frattempo la canna nel suo lento rotolare aveva superato il bordo del marciapiede ed era finita sulla strada proprio nell’attimo in cui stava sopraggiungendo la filovia che collegava Como con Cernobbio. Il rumore non fu forte, solo uno scricchiolio richiamò la sua attenzione, giusto il tempo per vedere il filobus allontanarsi e scorgere, sull’asfalto, i resti sbriciolati di quella che sino a pochi istanti prima era stata la sua canna, la sua prima canna. Non sapeva più quello che provava, rabbia delusione, dolore gli montarono dentro. Le lacrime gli salirono agli occhi mentre imprecava ad alta voce contro se stesso e la sua stupidità. Quella che era iniziata come una splendida giornata si è trasformata in una piccola tragedia ed era solo metà mattina, non restava che raccogliere i pesci, liberare la strada dei frammenti di canna e rientrare a casa. Al rientro la madre lo guardò sorpresa, “Come mai così presto?” chiese senza ottenere risposta. Lui le porse il sacchetto dei pesci e poi, con gli occhi ancora lucidi di pianto, salì in soffitta in quello che era il suo piccolo rifugio e qui, riprese a rimuginare ancora una volta sull’accaduto, se avesse fatto più attenzione, se avesse posato la canna in diagonale se, se………. Sì era rovinato la giornata e non solo quella, sarebbero occorsi un paio di mesi prima che fosse in grado di racimolare la somma che gli potesse consentire l’acquisto di una nuova canna, e nel pomeriggio, non avrebbe potuto tornare a pescare. Così pensando , girò con lo sguardo per la soffitta sperando di intravedere le canne del fratello, inutile, anche lui seppure tardi se n’era andato a pesca con gli amici, sarebbe rientrato solo verso sera ed aveva portato tutto con sé, anche i ricambi. Nulla nemmeno un pezzo di canna era visibile, solo un manico di scopa e i resti di un vecchio ombrello. Un manico di scopa ed un ombrello, vuoi vedere che……. Un’ idea gli passò per la mente, per quanto balzana fosse avrebbe anche potuto funzionare. Prese il manico di scopa e lo strinse nel morsetto del tavolo da lavoro, poi con l’aiuto di un accetta e del martello, picchiando piano piano per evitare che ii manico si spezzasse, praticò un taglio verticale di una decina di centimetri sulla sua sommità. Prese l’ombrello e ne esaminò le bacchette, ferro pieno abbastanza robusto e resistente e flessibile, avrebbero potuto anche reggere. Ne prese due le legò strettamente con dello spago alla due estremità, lasciando quella inferiore libera per una decina di centimetri e provvide ad infilarla a forza nella fessura praticata nel manico, assicurandola con dei tasselli di legno sui lati e poi legando strettamente il tutto ancora con dello spago. L’aggeggio ottenuto, perché di certo non poteva essere definito una canna, era lungo, se così si poteva dire, poco meno di due metri, rigido, come un manico di scopa appunto nella sua prima parte ma molto flessibile forse troppo nella parte terminale. Lo osservò per un po’, ne saggiò la resistenza e pensò che con un po’ di accortezza e pazienza avrebbe potuto anche funzionare, occorreva solo trovare un posto adatto in prossimità dell’acqua e già sapeva dove andare. Ridusse le lenze preparate la giornata prima per la canna alle giuste dimensioni, ne agganciò una alle bacchette d’ombrello, l’assicurò col solito elastico, poi lo appoggiò al muro e scese a pranzo. Il pomeriggio sarebbe tornato a pescare. Non erano ancora le tredici che già stava pedalando con lo strano aggeggio al seguito, legato alla canna delle bicicletta, dirigendosi verso il luogo prescelto. Si trattava di una piccola insenatura lungo la passeggiata a lago con una spiaggetta ed un piccolo molo su di un lato, quello aveva deciso, sarebbe stata la sua postazione di pesca. Il luogo era già frequentato. Alcuni pescatori, attrezzati di tutto punto, cappello con esche, camicia e pantaloni cachi, gilet verde griffato dallo stemma della società di pesca, si avvicendavano sulla riva, con le loro canne a mulinello, milanesi, pensò, ma anche la loro presenza era stata prevista.

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Prese il tuo attrezzo artigianale, scavalcò la ringhiera e si assestò sul muretto. Nel vederlo gli altri si guardarono poi uno chiese, “Ma con quello cosa conti di fare? Infilzarli?” e scoppiarono a ridere fragorosamente. Il loro atteggiamento non lo sorprese più di tanto, ci era abituato, altre volte avevano riso per la sua attrezzatura raffazzonata, certo mai “così” raffazzonata. Alzò le spalle con noncuranza e fece il primo lancio pensando, “Aspetta che se solo regge per la giornata, poi vediamo chi ride”. Non erano passati nemmeno 10 minuti che il suo braccio si mosse all’indietro di scatto, le due bacchette d’ombrello sollecitate del peso di un bel cavedano di buone dimensioni si fletterono quasi ad arco, lui lentamente, sempre con la scopa ben salda nelle mani, fece il percorso inverso, scavalcò nuovamente la ringhiera, scese alla spiaggia, vi trascinò dolcemente il pesce guizzante, lo slamò e lo infilo nel sacchetto, per tornare a riprendere la sua posizione di pesca sul moletto, sotto lo sguardo stupito dei “milanesi” che commentarono fra di loro “Solo uno sfacciato colpo di fortuna”. Ma i colpi di fortuna continuarono a susseguirsi per tutto l’arco del pomeriggio alla distanza di dieci, quindici minuti l’uno dall’altro. I “milanesi” che da parte loro stavano ottenendo uno stupendo cappotto, ora non ridevano più. A guardarli bene sembravano loro i cavedani, ogni volta che lo osservavano lasciare il moletto e scendere alla riva per slamare il pesce. Bocca aperta, occhi spalancati, sguardo fra il confuso, il contrito e l’adirato. Si sarebbe potuto giustamente dire che “non sapessero più quali pesci pigliare”. La giornata volgeva al termine, soddisfatto per il risultato comunque ottenuto per merito dello strano attrezzo, ma ancora triste per la perdita delle nuova canna, si accinse a rientrare a casa; scavalcò per l’ultima volta la ringhiera, raggiunse la bicicletta, legò saldamente il manico di scopa alla canna, esaminò il contenuto del sacchetto, dove una quindicina di cavedani tutti sui due, tre etti di peso facevano bella mostra di sè ed iniziò a legarlo per assicurare anche quello alla bicicletta sul portapacchi posteriore. Durante l’operazione i milanesi, che nel frattempo avevano riposto anche loro l’attrezzatura si erano avvicinati ed ora lo osservavano quasi con timore e rispetto, sino che uno trovò il coraggio di parlare:

Ora cosa ne fai dei pesci?” chiese.

Li porto a casa alla mia mamma” rispose lui

Non ce ne daresti qualcuno?” fu la timida richiesta.

Non so – rispose – sa a noi a casa i pesci servono per la cena”
“Ma dai ne hai presi tanti, e poi domani tu potrai tornare a pescare”

Ma mica gratis sai, – aggiunse subito un altro – te li paghiamo”
“Non so, poi a casa……. “

A casa puoi dire che oggi non hai preso niente”, si intromise il terzo, e subito come per incanto nelle mani dei tre apparvero delle banconote da cinquecento lire.

Solo un attimo di esitazione, poi pesci e banconote si scambiarono di mano. Inforcata la bicicletta, con le banconote nella tasca dei pantaloncini, pedalando velocemente raggiunse il negozio di pesca sportiva aperto anche la domenica in quanto tabaccaio. Rientrò a casa per l’ora di cena senza pesci ma con una canna nuova di zecca più bella della precedente, un cestino di vimini per i pesci nel cui interno erano posizionati con cura, galleggianti, rocchetti di filo, scatolette di ami e di piombi; un’attrezzatura completa. Il padre lo guardò prima con sospetto, poi ascoltando l’intera storia sorridendo quasi con orgoglio disse “Sì, va bene, ma la prossima volta, i pesci, portali a casa”.

Bravo – gli disse invece il fratello e poi all’improvviso gli ammollò uno scappellotto fra capo e collo – ma la prossima volta spegni la sveglia”.

L’oggetto misterioso non fu mai più utilizzato ma rimase là nel solaio facendo bella mostra di sè a ricordo di quella splendida giornata.

                                                             refusi

I ragazzi della via Palestro

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Lo strozzino
 

Nessuno ricordava chi fosse stato ad affibbiargli quel soprannome, ma tutti ne conoscevano bene le ragioni. Lui, quell’individuo, il grande, vestito del camice grigio, più per lo sporco che per il reale colore iniziale, con quella faccia gonfia, il naso rosso dal bere e con gli occhi porcini dentro a cispose palpebre. Lui, il solo ferrivecchi o straccivendolo della zona, lui per tutti i ragazzi del circondario non aveva un nome era “lo strozzino” e basta. In quegli anni di poco successivi al dopo guerra, la gente da quelle parti non è che se la passasse poi tanto bene, lavoravano tutti questo è vero, ma la situazione, i bassi stipendi, consentivano ai più una vita non certo agiata, decorosa sì, ma sempre con i bilanci familiari da far quadrare a viva forza ad ogni fine del mese non c’era assolutamente da scialare. Figuriamoci se in queste condizioni ai ragazzini fosse destinata la paghetta settimanale o mensile, per la verità la paghetta non sapevano neppure cosa fosse e mai si sarebbero immaginati che in futuro avrebbe potuto esistere una cosa del genere. Malgrado ciò, non e che poi se la passassero poi così male. Quei tempi, nonostante tutto, non avevano solo difetti ma anche dei pregi, la frutta ad esempio, era abbondante a disposizione di tutti e non costava nulla. No, non di certo sulle tavole, ma sulle numerose piante presenti nelle campagne dei dintorni, anche se i contadini, non sempre erano d’accordo con quei prelievi arbitrari e qualche dolorosa fucilata a sale, ogni tanto, mieteva la sua vittima. Durante l’estate al mattino ci si rinfrescava con le schegge di ghiaccio, quelle che si staccavano dalle canne che il venditore di ghiaccio ogni giorno forniva ai negozi ed alle famiglie della zona per mantenere il cibo in fresco. I frigoriferi a quei tempi e in quei luoghi erano ancora più rari delle oasi nel deserto. Nel pomeriggio poi, come giusta ricompensa alla fatica era possibile rimediare anche un piccolo cono gelato, che Michelino il gelataio, un piccolo uomo sempre gentile e sorridente, che ogni mattina scendeva giù dalla via Rienza, la strada che costeggiava la valle del torrente, per andare a vendere il suo prodotto in centro, dava come ricompensa a quei ragazzini che schierati ai lati del carrettino lo aiutavano nella via del ritorno a spingerlo su, sino in cima alla salita. C’era poi anche il modo di rimediare qualche soldo, a quei tempi tutte le cose avevano un valore, stracci, bottiglie, metalli, tutte avevano il loro prezzo di mercato presso i ferri vecchi e gli stracciai, e la maggior parte di esse erano reperibili anche se in minima quantità nella zona. C’erano vecchie case, semidistrutte dai bombardamenti della guerra, in corso di demolizione e rovistando fra quei ruderi era possibile trovare spezzoni di condutture metalliche abbandonate, o vecchi ed inutilizzabili rubinetti di ottone. Cominciavano a sorgere i primi cantieri edili per la costruzione di nuovi edifici e li era facile reperire tondini di ferro abbandonati perché di dimensioni troppo piccole per essere riutilizzati nelle costruzioni. Ogni tanto capitava di poter raccogliere del piombo, lungo il perimetro sud della piazza d’armi, al poligono di tiro dopo le esercitazioni che purtroppo non avevano luogo che una volta ogni tre mesi. Sulle rive del torrente poi vi era la “miniera”, o quella che così veniva chiamata, dove ogni settimana si poteva raccogliere un piccolo quantitativo di rame, metallo pregiato per i ragazzini a quei tempi. Infatti ad ogni fine settimana i dipendenti dell’Enel, proprio in uno spiazzo situato a lato del torrente, venivano per bruciare e privare così del rivestimento gli spezzoni di fili di rame avanzati dalla realizzazione degli impianti per renderlo commerciabile. Lo facevano lì, proprio sulle rive del torrente per poterlo poi raffreddare con l’acqua. Alla fine il rame veniva poi caricato nel cassone di un camioncino ed il lavoro non veniva di certo fatto a mano, bensì con del grossi forconi, va da se che una piccola parte del materiale rimanesse lì sparsa dentro il perimetro dello spiazzo, sommersa dalla cenere. Era così che, rovistando fra la cenere con le mani e raccogliendo il rame frammento per frammento, filo per filo, i ragazzini a fine settimana riuscivano a raccogliere uno o due chili di materiale, che venduto, avrebbe poi fruttato qualche soldo per il gelato e la bibita della domenica. E proprio qui entrava in gioco lui, lo strozzino. Tutte le volte che i ragazzi si presentavano con del materiale di recupero, perché altro non era, lui prima guardava il materiale, poi osservava in faccia i ragazzini, soppesava il materiale e poi se ne usciva immancabilmente con quella frase: “Dove lo avere preso? Lo avete rubato vero?” ed alle vivaci proteste dei ragazzini, rispondeva sempre “ Via, via so che lo avete rubato – poi si ficcava la mani in tasca per sortire qualche moneta, mai più di una cinquantina lire in tutto, che cacciava nelle mani di uno dei ragazzini, per continuare poi con un – andate, andate se no poi finisce che chiamo le guardie” come se lui, di buon cuore, avesse fatto loro un grande favore .
Così sempre ogni volta, da anni. Ma purtroppo non esisteva nessun altra soluzione visto che in tutta la zona non vi era nessun altro che praticasse quel tipo di raccolta e loro non avrebbero saputo a chi indirizzarsi perdendo anche quelle poche lire che riuscivano comunque di rimediare. Mai come in quel caso era veritiero l’antico detto “pochi maledetti e subito”. Quindi meglio poco che nulla anche se nella testa dei più da tempo si meditava, fantasticando come in sogno, la possibilità di una tremenda vendetta e, a causa di un paio di eventi fortuiti, l’occasione si presentò loro qualche tempo dopo. Accadde infatti che a pochi passi da dove risiedevano, in uno spazio prima abbandonato, venisse eretto un capannone e che all’interno iniziasse la propria attività un nuovo ferrivecchi. Il gruppo lo aveva visto subito, ma per un po’ di tempo non aveva osato entrarvi visto che sembrava destinato ad un commercio più consistente delle loro poche cose rimediate nelle raccolte. Sino a che un giorno, fattisi coraggio, dopo avere lavorato faticosamente per tutta la giornata in “miniera” ed avere raccolto un discreto quantitativo di rame ed averlo avvolto diligentemente in un paio di matassine, si erano decisi ed erano entrati per provare a venderle. Il grande presente li aveva osservati sorridendo aveva soppesato il rame fra le mani, lo aveva poi pesato sulla bilancia, quasi tre chili, aveva scorso il dito lungo la tabella sino alla voce che indicava: “Rame £ 350 – Kg.” ed aveva consegnato nelle mani dei ragazzini stupiti una banconota da mille lire, aggiungendo, “Quando avete altro, passate pure non fatevi problemi, i prezzi sono quelli della tabella”
Non avevano mai visto una cifra simile in tutta la loro pur breve vita, salvo che nelle mani dei genitori. Mille lire! Guardavano la banconota con gli occhi sgranati. La rigiravano fra le mani passandosela a vicenda per poi tornare a riprenderla increduli. Avevano scoperto l’America. Nei giorni a seguire, fu un avvicendarsi continuo fra i luoghi di raccolta ed il ferrivecchi e per molto tempo ancora sulle loro facce all’uscita si poteva notare dipinta, quell’espressione di felice stupore. Ma assieme alla gioia, dovuta alla possibilità di poter avere qualche soldo per le loro piccole cose, dentro loro montava anche una rabbia sorda contro quell’individuo che per anni si era approfittato di loro derubandoli, lo strozzino. Sempre più nelle loro teste maturava il desiderio di vendetta, confabulavano fra loro cercando di trovare una qualche soluzione che fosse la rivalsa definitiva per tutti i torti subiti, anche se non riuscivano a trovare nulla che potesse essere messo in atto per attuare la vendetta contro l’odiato strozzino. Sino a che un giorno verso la fine del mese di settembre l’occasione si presentò da sola ai loro occhi. Accade infatti che la Snam, l società che a quei tempi gestiva la distribuzione del gas metano per il riscaldamento domestico iniziasse in zona la costruzione della nuova rete. Cosi dopo avere scavato le buche per la posa delle condutture, vi scaricavano dentro i tubi di ferro lunghi all’incirca un otto metri e di una quindicina di centimetri di diametro saldandoli poi fra loro per poi tornare a ricoprirli di terra. Accadeva inoltre che alla fine del lavoro la sera i tubi non ancora ancora saldati venissero lasciati incustoditi all’interno delle buche aperte. Il lavoro era sempre osservato da quei ragazzini curiosi che oltre ad un vero interesse per quanto stava accadendo speravano anche di rimediare come capitava spesso un po’ di materiale di scarto da vendere. Fu così che una sera, sotto il loro sguardo attento, successe che gli operai terminassero il lavoro e se ne andassero a casa lasciando uno dei tubi dentro allo scavo senza averlo saldato. Sulle facce dei ragazzini apparve immediatamente un fugace lampo, si guardarono sorridendo, senza aver bisogno di alcuna parola, avevano pensato tutti la stessa cosa e con un cenno di assenso si diressero verso casa per la cena. Si ritrovarono tutti alle otto, ma proprio tutti, perché la cosa potesse riuscire occorreva essere in tanti. Attesero che si facesse buio per non essere visti, poi si calarono dentro la buca sollevarono il tubo, lo posarono sul bordo, risalirono, si disposero in fila indiana per tutta la sua lunghezza, si chinarono e all’unisono lo sollevarono. Poi in silenzio rasentando i muri per non essere scorti si diressero verso il magazzino dello strozzino. Lo trovarono che stava armeggiando con della merce, come li vide e vide il tubo che portavano gli occhi gli si riempirono di cupidigia, li fece entrare e fece loro posare il tubo per terra che, lungo com’era, non entrava tutto nel locale. Poi iniziò con la vecchia cantilena: “Lo avete rubato vero? Sono sicuro che questo lo avete rubato” sebbene fosse difficile da negare qualcuno tentò un timido accenno di diniego “ E’ caduto, è caduto da un camion che passava e noi lo abbiamo raccolto”. “Non ci credo, -incalzò lui – di certo questo lo avete rubato, andate o questa volta i carabinieri li chiamo davvero”.
I ragazzini si guardarono accennarono con le mani ad una timida richiesta di compenso, per rendere il fatto più credibile, e poi cacciati dalle urla dello strozzino corsero via nel buio della sera. Corsero sino alle loro case e qui giunti radunatisi all’interno del cortile scoppiarono in una sonora risata più per scaricare la paura e la tensione accumulata per quanto avevano architettato che per allegria. Poi iniziarono ad ipotizzare su quanto avrebbe potuto accadere il giorno seguente e si misero d’accordo sul da farsi, all’indomani ad osservare i lavori di posa e le reazioni all’accaduto si sarebbero presentati solo i più piccoli. Ormai si era fatto tardi e rientrarono tutti nelle proprie case, anche se quella notte, come si raccontarono poi, nessuno sarebbe riuscito a dormire, dissero “come accadeva solo la notte del Natale quando si aspettava il Gesù Bambino”. Il mattino seguente gli operai notarono la sparizione del tubo, si guardarono un po’ attorno esterrefatti, non era mai accaduto prima di allora un fatto simile, poi andarono al vicino bar e telefonarono ai carabinieri. Poco dopo i carabinieri giunsero sul posto, constatarono il fatto e presero a fare domande alla piccola folla dei locali che nel frattempo si era radunata, ma nessuno aveva visto ne sentito niente. Il tubo sembrava sparito nel nulla senza lasciare alcuna traccia. Quando fra i vari brusii si senti la vocina di Dante, un bambino di cinque anni che abitava proprio nell’appartamento laterale a fronte degli scavi “Visto….” cercava di dire mentre la madre lo strattonava all’indietro per sottrarlo all’attenzione. Ma ormai era tardi uno dei carabinieri lo aveva sentito e si era chinato su di lui per chiedergli “ Dimmi bambino, cosa hai visto?” ed il Dante ergendosi in tutti i suoi ottanta centimetri di altezza e facendo così salire l’orlo dei calzoncini corti, puntando il dito verso un gruppo di case lontane un trecento metri disse, “Visto uno col carretto, andato di la” Il carabiniere diresse li sguardo nella direzione indicata dal bambino, sorrise, fece un cenno al collega e insieme si diressero in quella direzione, “là” avevano già un conoscenza. Lo trovarono mentre, piegato sopra al tubo posto su di un cavalletto, con una sega in mano stava cercando di ridurlo a più ragionevoli dimensioni. Nel magazzino poi trovarono altri articoli di dubbia provenienza, così lo arrestarono per furto e ricettazione. Lo portarono via mentre urlava, “ Non sono stato io, i bambini! Sono stati i bambiniiiiii!” ma non fu creduto.
La storia fece un po’ di scalpore nella zona e se ne parlò per ancora per diverso tempo, e se qualcuno ebbe qualche sospetto su come si fossero svolti effettivamente veramente i fatti, non ne fece mai menzione. La vendetta aveva avuto successo ed aveva largamente ripagato il desiderio di rivalsa di quei ragazzini, che per anni e anni a venire, sganasciandosi dalle risate, le sere d’estate si raccontarono quella storia.

I ragazzi della Via Palestro

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Cape Pessina

 

Parte seconda – Il Lancio

 

 

 

L’idea del razzo non andò persa col sonno della notte e già subito al mattino i primi che si ritrovarono nell’ampio cortile racchiuso fra i caseggiati cominciarono a porre le basi per quello che sarebbe stato l’avvenimento dell’anno. L’Aldo presente quella mattina, fu messo al corrente dell’idea e ne fu entusiasta, solo che, si convenne, per mandare in aria qualche cosa di più pesante di un barattolo sarebbe occorso molto più carburo che i soliti pochi grammi trafugati in officina. Così l’Aldo si ripromise di offrirsi volontario, il mattino successivo, per andare a ritirare presso il rivenditore il quantitativo occorrente per l’officina, ne avrebbe preso in più, sottraendolo poi per l’esperimento. Intanto si cominciò a valutare quello che avrebbe potuto essere l’aspetto del razzo. Loro non possedevano l’attrezzatura necessaria per costruirne uno come quello visto il giorno precedente in possesso alla scolaresca e poi visto il risultato, di certo non ne sarebbe valsa la pena, decisero così di ricorrere ad un manufatto già confezionato e si diedero da fare per reperirlo in loco. Pietro, figlio dell’imbianchino che aveva la sua piccola bottega e deposito all’interno del cortile li condusse al ripostiglio del padre dove in un angolo erano accatastate, latte e lattine di vernice vuote di varie dimensioni. Ma nessuna sembrava soddisfare le esigenze del gruppo, troppo piccola, troppo larga, troppo fragile. Quelle che potevano interessare per le dimensioni considerate accettabili non erano di forma cilindrica ma cubica e quindi da scartare, non avrebbero mantenuto la direzione in volo.
Fu così che l’attenzione dei ragazzini fu attratta dal deposito dei barili di olio, presenti all’esterno dell’officina. Vuoti e già privati della parte superiore in quanto riutilizzati dai meccanici quali deposito di scarti e limature metalliche. Alti all’incirca un metro e del diametro di una sessantina di centimetri, dall’aspetto solido con quei cerchi di rinforzo lungo la circonferenza. I loro occhi si riempirono di cupidigia nell’osservarli, poi si volsero ancora una volta verso l’Aldo, che cominciava ad avere qualche dubbio sull’effettiva necessità di fare quell’esperimento pensando che sarebbe stato poi considerato il maggiore responsabile dell’accaduto nel caso nefasto che le cose avessero preso una brutta piega, come infatti accadde. Con un sorriso a tutto campo e con l’indice teso nella direzione di un bidone ancora vuoto ed inutilizzato “Quello” esclamarono quasi all’unisono e l’Aldo non ebbe il coraggio di tirarsi indietro. Occorreva, si dissero, anche un materiale isolante che avrebbe impedito all’acqua di disperdersi nel terreno, considerando le che dimensioni del “razzo” erano di gran lunga superiori a quello del solito barattolo, sarebbe occorso molta più acqua e più tempo che non pochi secondi per consentire al gas di svilupparsi. Decisero allora di ricorrere a della carta catramata, disponibile presso il magazzino dell’imbianchino, il nylon a quei tempi risultava essere ancora sconosciuto.
Ora occorreva predisporre la base di lancio, di certo non si sarebbe potuto utilizzare la piazza d’armi, distava dalle abitazioni più di duecento metri e sarebbe stato impensabile credere di poter percorrere quel tratto di strada con bidone e carburo al seguito senza dare nell’occhio e suscitare la curiosità dei grandi che avrebbero potuto porre fine all’esperimento. Così, considerando che il loro cortile, lungo una sessantina di metri e largo trenta, chiuso su due lati da caseggiati di 5 piani e sugli altri da alte mura sotto le quali stavano, oltre al lavatoio, piccoli magazzini di artigiani, lontano da occhi indiscreti, poteva essere il luogo più adatto per poter effettuare il lancio il giorno successivo. Le case Pessina vennero così rinominate “Cape Pessina.”
La giornata giunse così al suo epilogo, nell’attesa spasmodica del giorno successivo, senza che il gruppo riuscisse a combinare nulla, vista l’attenzione prestata al progetto, non si riusciva a parlare d’altro, si facevano ipotesi, si sperava che il barile si sollevasse da terra per più che pochi metri. Non si voleva ripetere il fallimento visto il giorno prima, certo, gli altri non erano presenti, non avrebbero potuto a loro volta deriderli, ma era una questione di orgoglio, loro, il razzo lo avrebbero fatto volare. Non sapevano di quanto, per loro sfortuna, la realtà avrebbe superato la loro immaginazione. Così la giornata giunse alla fine senza che accadesse null’altro e solo a sera inoltrata alcune piccole ombre si mossero circospette nel buio del cortile dirigendosi verso l’officina per impossessarsi del barile e per farlo poi lentamente rotolare sino al lavatoio per nasconderlo dietro all’angolo di un muro.
Giunse così il fatidico giorno, trascorsa la mattina negli ultimi febbrili preparativi. Individuato il punto da cui il razzo avrebbe dovuto essere lanciato, più o meno equidistante dalle costruzioni, si era già provveduto a scavare una buca profonda una trentina di centimetri e larga altrettanto e la si era rivestita con la carta catramata, poi tutti a pranzo, il “lancio” era stato programmato per le prime ore del pomeriggio. Giunsero uno alla volta alla spicciolata, primo naturalmente il Sergio, padre putativo dell’esperimento, poi via via tutti gli altri. L’Aldo arrivò portando dentro un sacchetto di carta quasi un chilo di carburo, una cosa impressionante, l’odore che sprigionava faceva pizzicare il naso a tutti. Il barile che nel frattempo era stato forato al centro della sua superficie, mimetizzato dal nugolo di ragazzini venne portato verso la rampa di lancio, dove ad attenderlo c’era già il carburo posizionato nella buca ed un secchio, prelevato dal lavatoio, colmo d’acqua.
Tutto era pronto. L’acqua venne versata nella buca a coprire il carburo e subito sopra fu posizionato il barile, Sergio a cui, quale ideatore, era toccato l’onore di effettuare il lancio, pose il dito indice a coprire il foro sul barile e cominciò l’attera. Passati alcuni minuti, non molti per la verità, ma all’apparenza un eternità a causa della tensione, alcuni cominciarono a vociare ed ad incitare. “ Dai è ora, lascia e accendi. Dai” , Ennio auto promossosi speaker ed imitando quanto aveva visto fare agli altri ragazzi giorni prima, iniziò il conto alla rovescia: “ Dieci, nove, otto, ………..tre, due, uno” Sergio tolse il dito dal foro, avvicino il fiammifero eeeeeeeeeee “ploffff” il barile si sollevò di qualche centimetro, traballò su se stesso per poi ricadere nella posizione di partenza. Sul volto dei ragazzini la delusione era visibile, non erano meglio di quelli che alcuni giorni prima avevano deriso. Fu Aldo a ridare a tutti una speranza, più esperto in materia suggerì l’idea che il tempo per sviluppare gas necessario alla spinta, visto le dimensioni del barile ed il quantitativo di carburo, non fosse stato sufficiente, che ne occorresse molto di più e suggerì di coprire il foro con uno straccio ed una pietra, per impedire al gas di disperdersi e di aspettare più tempo. Così fu fatto. Nell’attesa si dedicarono tutti ad altre attività, più grandicelli seduti all’ombra a poca distanza dal barile iniziarono a giocare a carte, a “strop” un gioco in voga allora mettendo sul piatto delle puntate banconote da una o due lire, rimediate dal ferrivecchi con la vendita di rottami di metallo raccolti in giro ed i più piccoli ai “gnoli” altro gioco praticato a quei tempi con biglie di terracotta. Così tutti presi dalle nuove attività, stranamente dimenticarono il barile, che come un monumento attendeva al centro del cortile che qualcuno si ricordasse delle sua esistenza. A richiamare l’attenzione di tutti sul fatto fu involontariamente la mamma del Walter che affacciatasi al balcone si mise ad urlare “ Walter! Walter! A casa è l’ora della merenda.”, e se era l’ora della merenda per Walter voleva dire che era l’ora delle merenda per tutti, anche se alcuni avrebbero solo fatto finte di rientrare, certi che loro, la merenda, non l’avrebbero trovata, ma questo non si doveva sapere. Poi a determinare gli accadimenti successivi fu il Sergio, uno di quelli che non avrebbe trovato la merenda, che ricordandosi del barile in attesa, richiamò gli altri : “Aspettate – disse – vediamo prima se ora parte” I ragazzini, molti dei quali erano già giunti nei pressi dell’ingresso ai caseggiati, fecero dietro front e tutti quanti si assieparono attorno al barile. Non ci fu conto alla rovescia. Sergio prese un fiammifero lo accese, tolse la pietra e lo straccio dal coperchio del barile avvicinò il fiammifero e, fu la fine del mondo.
Un boato assordante riempì l’aria, in un susseguirsi di echi e di altri rumori che andavano sommandosi, quelli dei vetri delle prime due file di piani dei caseggiati che per lo spostamento d’aria andavano in frantumi, poi si seppe che anche alcune pareti divisorie di un paio di appartamenti siti al primo piano si erano danneggiate a causa del violento scoppio e dallo sbattere delle porte che a causa del caldo erano state lasciate aperte. La base del barile si frantumò in decine e decine di pezzi che schizzarono come schegge impazzite, per fortuna di quel gruppo di incoscienti, verso l’alto. La parte superiore del barile si innalzò diritta verso il cielo sino a scomparire alla vista. Non si seppe mai quale altezza avesse raggiunto, ma certamente alcune centinaia di metri, ne fu mai ritrovata, anche perché dopo l’accaduto, nessuno si diede la pena di cercarla. Difficile dare un esatto ordine cronologico al susseguirsi dei fatti, dopo il boato dell’esplosione, difficile ricordare l’esatto susseguirsi degli accadimenti. Giuseppe, il futuro seminarista; ma anche l’inventore dello specchio spia, quello che legato ad una cordicella ed abilmente manovrato con sapienti ondeggiamenti consentita di svelare i segreti celati al di sotto delle gonne delle ragazze; saltellava in tondo per il cortile ricoperto da strati di fango schizzati dalla buca al momento dell’esplosione urlando. “Mi hanno ucciso, mi hanno ucciso, sono un martire”. Nonno Lissi, il più anziano residente del caseggiato con i suoi ottant’anni suonati, un record per l’epoca, affacciato al balcone del terzo piano dal quale aveva seguito gli accadimenti, incurante del fatto che un pezzo di lamiera lo avesse sfiorato alla testa per andare a conficcarsi nella tenda soprastante, rideva ad applaudiva felice come un bambino. Gli altri ancora frastornati dall’accaduto rimasero lì indecisi se guardare in aria per seguire le tracce del coperchio del barile che si innalzava, o verso le finestre delle proprie abitazioni certi di vedere apparire le facce stravolte di genitori a minacciare le logiche conseguenze. Il padre dell’Aldo, affacciatosi alla porta dell’officina all’udire il boato e che resosi immediatamente conto dell’accaduto si era diretto a passi veloci verso il figlio, ancora con lo sguardo volto al cielo, per condurlo a calci nel sedere, reali e non metaforici, dal centro del cortile sino all’abitazione, sita al secondo piano di uno dei due caseggiati, sbraitando che per un mese non sarebbe più uscito di casa. Sorte che poi toccò a molti degli altri presenti anche se meno cruenta, solo scapaccioni. I più fortunati furono quelli che avevano entrambi i genitori occupati altrove al lavoro, avrebbero avuto il tempo per pensare a scuse e spiegazioni nella speranza di rendere meno dolorosa la conseguente punizione. I giorni seguenti fu un susseguirsi di attività frenetiche, sì perché per punizione al gruppo di ragazzini fu chiesto di riparare ai danni causati e visto l’entità degli stessi, non rimase loro che dedicarsi attivamente al recupero di materiali ferrosi di scarto, rovistando anche nelle proprie cantine e solai da poter vendere per poter racimolare la cifra necessaria ad acquistare vetri stucco e vernice e provvedere così in proprio alla riparazione di tutte le finestre danneggiate, mica potevano permettersi di ricorrere ad un vetraio. Così incidentalmente avevano trovato il modo per riempire parte del lungo, lungo tempo delle loro vacanze estive.

 

 

 

 

I ragazzi della Via Palestro

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Premessa

 

No, lungi da me l’idea di fare il verso al ben noto romanzo, è solo che da tempo rimuginavo l’idea di scrivere qualche cosa in merito alle avventure di un gruppo di ragazzi realmente esistiti che nel corso di diversi anni, a partire dal 1950 al 1965 circa, hanno vissuto e sono cresciuti in quella via Palestro che era a quei tempi la periferia sud della città di Como, ora zona residenziale a due passi dall’università cittadina..Voglio provarci, ma non ritenendomi capace di costruire un’intera storia, crearne un ossatura ed un percorso che ne tracci gli eventi in ordine cronologico mi limiterò per ora a narrare di alcuni fatti accaduti in quegli anni in brevi racconti. Ho pensato a quello che poteva essere il titolo che raccogliesse quanto sarei riuscito a scriverne, le alternative erano due, avrei potuto anche titolarlo, la Banda del Gufo nome col quale vennero poi ricordati in seguito anche se impropriamente i ragazzi di quel gruppo, ma questo fatto accade alla metà di quegli anni e non potrebbe essere associato all’intero gruppo. Come ho detto ero anche restio a titolare l’insieme “ I ragazzi della Via Palestro” proprio perché a qualcuno la somiglianza col ben noto romanzo avrebbe potuto apparire sospetta. Ma poi considerando che pochi sarebbero venuti a conoscenza di questi racconti, che quella via Palestro è una via reale e non di fantasia, che quei ragazzi sono esistiti e che molti di loro continuano ad esistere anche se ora in forma adulta, per ricordare quei tempi e per ricordare quei ragazzi mi è sembrato giusto lasciare che fosse proprio il nome della via a raccogliere il tutto o il poco che mi riuscirà di scrivere.

La via Palestro posta a sud della città di Como , era considerata a quei tempi come l’estrema periferia, oltre la quale il nulla, per molti, per loro un mondo misterioso da scoprire. Partiva dalla Piazza d’Armi dietro le caserme e scendeva giù, o saliva come sarebbe stato più corretto dire visto che la città era posta a nord, ma siccome la zona si trovava in posizione più elevata rispetto al centro città, noi si solava dire “ andiamo giù in centro o andiamo giù al lago” . Dicevo comunque che partendo dalle caserme “scendeva” verso la città per circa 300 metri in linea retta osservando quasi perfettamente l’asse sud nord, per giungere sino alle rive del torrente Cosia che scendeva dalla valle di Tavernerio in quel tratto in direzione ovest, qui la strada voltava quasi ad angolo retto seguendo il torrente e proseguiva ancora per un centinaio di metri per poi immettersi nel viale Giulio Cesare. Le case lungo la via a quei tempi erano poche, all’inizio della stessa vi erano alcuni stabilimenti tessili, poi sotto di essi una palazzina, più avanti ancora la via si incrociava con la Via Anzani perpendicolarmente e proprio qui sul lato destro iniziava il caseggiato che proseguiva giù quasi sino al torrente. Il caseggiato era composto da due fabbricati affiancati, il civico 3 e il civico 5 che con il caseggiato d’angolo alla loro destra posto in via Anzani e col grande cortile al suo interno componeva il gruppo delle case Pessina. Avrò occasione, spero, nel corso dei racconti di ampliare la descrizione dei luoghi ma per ora mi limito a questo. Una postilla, a qui tempi il mondo era diviso in due categorie, il loro del quale facevano parte tutti i ragazzi al di sopra dei 7 sino ai 15 anni, e quello dei “grandi” gli altri. Dedicato a tutti i “ragazzi” di quella via Palestro.

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I ragazzi della Via Palestro

Cape Pessina

 

Ovvero il primo razzo lanciato dall’Italia, all’insaputa di tutti naturalmente.

 

Parte prima – L’illuminazione.

 

Il fatto accadde tanti ma tanti anni fa e tutto ebbe inizio il giorno in cui un gruppo di ragazzini di età comprese fra gli 8 ed i 14 anni, raggruppati in un campo poco distante delle loro abitazioni stavano decidendo sul come impiegare nel modo più proficuo la giornata. La scuola era terminata da pochi giorni e si presentava per tutti un lungo periodo di vacanza, nessuno a quei tempi e da quelle parti sarebbe partito per il mare o la montagna, quindi occorreva programmare le cose da fare per evitare che divenissero ripetitive e noiose.La giornata era calda, ed era solo pomeriggio iniziato, da escludere quindi di organizzare una partita a pallone, la si sarebbe potuta fare le sera col fresco e poi ci sarebbero stati anche i grandi rientrati dal lavoro che non disdegnavano mai di dare quattro calci al pallone prima di rientrare a casa per la cena. Stavano appunto decidendo se dirigersi verso la Tarliscia, un bosco posto qualche chilometro a nord dalle loro abitazioni per verificare se fosse già ora di dare inizio alla raccolta di mirtilli, fragole di bosco,more e magari l’incontro fortuito con qualche fiorone, porcino di stagione; o incamminarsi lungo il torrente Cosia per risalirne la valle su sino al Navedano per fare qualche tuffo nelle vasche di acqua gelida con la speranza di raccogliere qualche gambero di fiume lungo il percorso che sarebbero serviti a variare la dieta alquanto monotona delle loro famiglie.
Stavano appunto decidendo sul da farsi, quando un vociare sulla strada che conduceva alla piazza d’armi, qualche centinaio di metri più a nord del luogo dove si trovavano, attrasse la loro attenzione. Incuriositi risalirono prontamente le piccola erta che li separava la strada e scorsero, una fila di ragazzini tutti ben messi ed ordinati da sembrare una scolaresca, tele era infatti, che accompagnati da un adulto, il maestro, scoprirono dopo, si dirigevano tutti eccitati proprio verso la piazza d’armi posta alle spalle della locale caserme di fanteria.La curiosità prese il sopravvento, e lentamente presero a seguire il gruppo, chiedendosi come mai una scolaresca fosse ancora riunita col maestro a fine dell’anno scolastico. Ennio che solitamente non temeva nulla e nessuno ed era di una sfacciataggine incredibile, in pratica il portavoce del gruppo, si affiancò al gruppo degli altri ragazzini e rivolgendosi a uno di questi chiese:

“ Dove state andando?”

Sembrava che non aspettassero altro, prontamente quello che sembrava il capo si girò verso di loro dicendo:

“Venite , venite a vedere di cosa siamo capaci, stiamo andando alla piazza d’armi per fare un esperimento, dobbiamo lanciare un razzo”

Solo allora il gruppo di ragazzini si accorse che l’adulto, il maestro, reggeva fra le mani un cilindro di ottone affusolato, a punta da un lato e con le alette sul lato opposto. Certo che visto così il razzo faceva la sua impressione. Avevano sentito parlare di razzi ma mai ne avevano mai visto uno così da vicino, anche se per la verità, ogni tanto, qualche cosa in aria, l’avevano mandata anche loro. Così decisero che quel pomeriggio lo avrebbero trascorso a guardare l’esperimento, il lancio del razzo, non senza una certa invidia per quei ragazzi.
Giunti sulla piazza, un terreno incolto di un centinaio di metri per lato con all’interno alcuni ostacoli per il percorso di guerra dove venivano addestrate le reclute, il gruppo di scolari, chiamiamolo così per differenziarlo, si pose al centro e pregando i curiosi di mantenersi ad una certa distanza, . “Poteva essere pericoloso” dissero, iniziarono a montare sul terreno una struttura in legno, base quadrata di circa un metro per lato, nella quale infilarono due altri paletti di legno in senso verticale di una cinquantina di centimetri, la base di lancio vennero poi a sapere, molto più tardi quando guardando la televisione videro i lanci dei primi vettori verso lo spazio.I preparativi fervevano, Ennio osservava il tutto e scuoteva la testa in senso di diniego,
“Se quel coso li vola, – disse rivolgendosi a Giuseppe, in predicato di entrare in seminario, aveva la vocazione diceva – mi faccio anch’io frate” e continuava a scuotere la testa.
Uno della scolaresca sentì il suo commento e seccato gli si rivolse contro:

“Cosa ne vuoi sapere tu, ignorante, noi abbiamo studiato tutto l’anno e fatto tutti i calcoli”

“Qualche cosa ne so, – rispose lui – visto che , qualche razzo, un po’ più piccolo, a volte lo facciamo partire anche noi”

Un’ espressione sorpresa si dipinse sulla faccia dell’altro, che ribatté:

“Ma come? – Per proseguire poi con un – Non ci credo”

Ennio sorrise, “ Come – disse – te lo spiegheremo dopo, quando il vostro baracco avrà fatto cilecca”

L’altro si allontanò inviperito verso il suo gruppo dando di spalle senza rispondere.
Il gruppo dei ragazzini intanto si era accomodato su di un muretto del percorso di guerra, distante una quindicina di metri ed osservava il fervere dei preparativi.
Il piccolo razzo era stato posto sulla pedana ed appoggiato ai legni di sostengo, venne tolta una vite e nel foro videro versare con un piccolo imbuto un liquido contenuto in una lattina rettangolare, poi la vite fu riavviata al suo posto. Sul fondo del razzo si potevano scorgere una serie di micce ordinatamente allineate sulla piattaforma. Il maestro si avvicinò all’ordigno e con una bastone su cui aveva posto un panno prima imbevuto di benzina e poi acceso diede loro fuoco allontanandosi  poi velocemente e facendo allontanare tutti gli alunni.
Le micce presero immediatamente fuoco, si poteva sentire lo sfrigolio della polvere sino a che consumate scomparvero all’interno del razzo. Passarono alcuni minuti e non accadde nulla. Ennio sogghignava osservando la scena, con l’espressione tipica di quello che aveva visto giusto, un “lo avevo detto io” gli si leggeva sul volto, l’invidia stava scomparendo e piano piano volti del gruppo di ragazzini su stava allargando un sorriso di divertito.
All’improvviso iniziò a sentirsi un sibilo, del fumo, prima piano piano e poi sempre più velocemente cominciò ad uscire dalla base del razzo, “Parte, parte” , urlarono in coro gli studenti saltando dalla gioia ed osservando con superiorità i ragazzetti quasi fossero mentecatti. Ma non partì. Dopo qualche minuto di fumo con un rumore sordo, come quello delle bottiglie del latte piene che cadendo vanno in mille pezzi; i ragazzini quel rumore lo conoscevano bene, troppo spesso gli era accaduto di sentirlo andando a fare la spesa per non ricordarlo. Dicevo con un “ploff” sordo il missile dorato si afflosciò su se stesso aprendosi sulla verticale lungo la linea delle saldature. Sulla faccia del gruppo di scolari si dipinse la delusione e la vergogna per la figura fatta davanti a quei ragazzini che avevano snobbato e che ora stavano ridendo a crepapelle alle loro spalle.
In silenzio raccolsero le loro cose, i resti del razzo e tristemente si avviarono sulla via del ritorno, con la voce di Ennio che li rincorreva ironicamente “ Ma come – gli urlò dietro – non volete sapere come li facciamo partire noi?”
La giornata era ormai trascorsa, il pomeriggio avanzato e il sole cominciava ormai a portarsi verso le coline, fra non molto il prato sarebbetornato all’ombra, i grandi sarebbero tornati dal lavoro e sino alla chiamata per la cena si sarebbe potuto giocare a pallone.
Ma mentre tornavano verso le case, Sergio fu colto da un illuminazione, guardò gli altri e con un espressione furba sul viso disse :
“Perché il razzo non lo facciamo partire noi?”
Il gruppo gli si fece attorno a capannello, la proposta aveva un che di interessante, avrebbe potuto riempire alcuni dei loro giorni di vacanza, nello studio dei particolari, nella ricerca dei materiali e nei preparativi. Aldo quel giorno non era con loro e lui era indispensabile per il reperimento della materia prima. Ne avrebbero discusso non appena fosse stato presente, ora giunti al prato che fungeva da campo da pallone, si dedicarono alla partita.
Quanto aveva affermato in precedenza Ennio a quell’altro gruppo di ragazzi e cioè, che anche loro riuscivano a far volare qualcosa, non era stata una sparata, ma la semplice verità. Da tempo uno dei loro divertimenti era quello di far partire verso l’alto dei piccoli barattoli di conserva che si innalzavano nel cielo per una decina di metri, ed il propellente di base era, associato all’acqua, il carburo. Sostanza chimica utilizzata nelle officine meccaniche, per questo era necessaria la presenza di Aldo, il fornitore della materia prima era lui, visto che suo padre era il titolare dell’officina meccanica presente all’interno del cortile dei due caseggiati dove tutti risiedevano.
Il gioco consisteva nel prendere una barattolo di conserve col fondo tagliato e forarlo sull’altro lato al centro. Poi si scavava una piccola buchetta nel terreno vi si poneva qualche grammo di carburo, vi si versava sopra dell’acqua e la si copriva col barattolo avendo l’accortezza di tenere un dito premuto sul foro. Il carburo a contatto con l’acqua genera un gas esplosivo, dopo qualche attimo bastava togliere il dito dal foro, avvicinare un fiammifero acceso e il barattolo sarebbe balzato prontamente in aria per diversi metri a causa dell’esplosione.

 

 

segue………………….. refusi