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Set 28, 2007 - poesie    3 Comments

Luoghi

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Costruirò una soglia
dietro ogni mio passaggio
affinchè chi dopo giunga
sappia che lì, io ero stato
prima
per cancellare in lui l’angoscia
che un luogo sconosciuto
genera
ed alleviare il peso
d’essere stato il primo.

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Set 13, 2007 - poesie    6 Comments

Litigio

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Le parole,
altre volte dette,
ora tacciono.
I singhiozzi del pianto
non fan più rumore
del cader di una foglia.
Piccole lascrime scivolano
su pallide gote,
rumorose come rugiada.
Dopo il frastuono del litigio
ora, è silenzio.

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Set 9, 2007 - poesie, racconti brevi    16 Comments

Il sogno e i canguri

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Tempo fa, tanto tempo fa,  avevo scritto una poesia se così si può chiamare, non mi sembrava male, ma poi rileggendola mi ero reso conto che poteva avere qualche significato solo conoscendone l’antefatto, così avevo pensato di narrare anche quello. Cosa è successo dopo……… beh, questa è un’altra storia e non è dato di saperlo.

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Il sogno e i canguri

Nella stanza
prima tranquilla,
ora qualcosa è cambiato.
Il lampadario annoiato,
stanco
di stare appeso al soffitto
ondeggiando
occhieggia in altre stanze
alla ricerca
di un riflesso ramato.
L’armadio geme e scricchiola
nel tentativo
di fuggire dalla stanza
ad inseguire un ricordo.
Lo specchio
si corruga e s’affanna
cercando
di creare un immagine.
Le silenziose pareti
trattengono
gelose nei propri angoli,
l’eco di una risata.
Canguri smarriti
caduti da un sogno
saltellano impauriti,
alla ricerca di nuovi alberi
e del padrone del sogno.
La giacca di un pigiama
tenacemente conserva
vago un profumo
e un po’ di calore
nel ricordo di un corpo.
Un bianco letto,
ora troppo grande e vuoto
ed un cuscino
privato del fuoco di un capo
invocano nuovamente
la sua presenza.

                                     

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Notai per la prima volta la loro presenza rientrando in casa quella mattina, con gli occhi che si rifiutavano di restare aperti a causa del sonno. Lo vidi saltellare per la camera senza provocare alcun suono, irreale fantastico, un canguro rosso rame con profondi, malinconici occhi scuri.
Incubo, sogno od allucinazione? Sbattei più volte le palpebre cercando di scacciare quella imbarazzante visione, inutile, il canguro era sempre lì. Mi buttai sul letto più sorpreso che allarmato, gli occhi arrossati, il cervello appesantito dal fumo e da qualche bicchiere di vino di troppo e nonostante non riuscissi a scacciare l’immagine di quel folletto saltellante, né tanto meno a capire la ragione della sua presenza caddi in un sonno profondo, privo di sogni.
Riaprii gli occhi alle prime ore del pomeriggio, scrutai fuori dai vetri cercando di individuare, in un cielo completamente grigio, l’impossibile raggio di sole che colorava di rosso un angolo della stanza, poi lo vidi e ricordai. Era ancora lì, col suo fulvo mantello osservandomi con quei due grandi e profondi occhi. Due? No, quattro, sei occhi. Dal marsupio sul ventre erano spuntati due piccoli musi identici nel colore, rossi! I canguri erano diventati tre. Sbattei più volte le palpebre, stropicciai gli occhi, scossi in modo forsennato la testa cercando di snebbiare il cervello, cancellare la loro presenza, annullare quell’assurda visione. Niente! I canguri erano sempre lì e mi guardavano, sembravano stupiti dalla mia reazione, sembrava io dovessi sapere chi fossero ed il motivo della loro presenza. Girai lo sguardo per la stanza, era la camera di sempre, lo stesso letto, il medesimo armadio, lo specchio, i comodini, sul letto guanciale sprimacciato accanto al mio ed il di dubbio, l’assurda sensazione che mancasse qualcosa, qualcuno! Le prime dolorose contrazioni allo stomaco provocate dall’ansia, il senso di vuoto, l’assenza, la certezza! Il ricordo di un capo rosso rame, di uno sguardo profondo come il buio, il ricordo di un sogno accennato di piante e di canguri.
Di canguri! Tornai con la memoria alla sera precedente db4217e7c02082111151c7e2f154c15c.jpgquando, non sapendo cosa fare ci eravamo riuniti tutti a casa mia, amici ed amiche, trascorrendo la serata in allegria, ridendo e scherzando, giocando a certe ed accennando ad ipotetici quanto improbabili flirt. C’era anche lei, presente ed assente nello stesso tempo, estranea, come altre volte, a quanto le accadeva attorno. Istintivamente antipatica. Con quei suoi capelli troppo rossi, con i suoi occhi così strani, con quel suo modo di vestire trasandato e grande almeno due misure di troppo. Si alzò e mi chiese di telefonare, accennai di sì con il capo e continuai a giocare a carte con gli altri dimenticandomi di lei, come sempre. Passata la mezzanotte la compagnia cominciò a sfollare in un affollarsi di ciao, grazie di tutto, a domani, ci vediamo al bar, non so se ci sarò, ci sentiamo per telefono, quando in mezzo ad altre voci la sentii sussurrare:” Scusa, ti spiace se rimango qui a dormire? E’ tardi e non posso tornare a casa”. Ricordo la sensazione di fastidio che provai alla sua richiesta, lei dovette notare la mia espressione perché aggiunse subito quasi in tono di supplica:” Ti prego non ti darò fastidio, ecco – disse – dormirò qui sul divano”. Non ricordo se fu il tono della sua voce o lo sguardo triste dei suoi occhi a farmi cambiare idea, ma all’improvviso quell’antipatia istintiva ed immotivata che avevo provato sino ad allora nei suoi confronti si allentò e scomparve per lasciare posto alla curiosità. Le prestai un pigiama, le feci posto nel letto, giuro che per tutta la notte non mi sfiorò mai il pensiero di poter fare all’amore con lei, anche se, tolta dall’involucro informe dei suoi abiti, appariva all’improvviso fragile, graziosa e desiderabile. Non dormimmo, cominciammo a parlare. Non ricordo esattamente da dove iniziò la conversazione, però parlammo di tutto. Lei accennò al suo mondo, ai suoi amici, parlò dei suoi problemi, delle sue paure, dei fantasmi che popolavano i suoi sogni ed io l’ascoltavo, accendendo l’ennesima sigaretta e riempiendo ancora una volta i bicchieri. Poi, forse a causa della stanchezza e del vino, i nostri discorsi divennero improvvisamente assurdi, irreali, fiabeschi. Parlammo di armadi viaggiatori che, stanchi di stare ancorati ad una parete, fuggivano irrequieti dalle camere. Di lampadari antipatici che ondeggiavano pericolosamente sui soffitti minacciando di cadere. Di box che al mattino non volevano più aprirsi e fare uscire le auto per la paura di dover rimanere nuovamente soli. Le sue risate, echeggiando squillanti ed argentine, costrinsero più volte i vicini a percuotere con i pugni le pareti invocando il silenzio. Questo quando lei, alle quattro del mattino con gli occhi semichiusi dal sonno, si addormentò augurandomi, dopo un ultimo sbadiglio, la buonanotte ed io rimasi sveglio guardandola dormire, senza pensare a nulla, sorvegliando il suo sonno affinché in suoi sogni non si trasformassero in incubi e nel sonno, mi si raggomitolò contro, cercando inconsciamente la protezione di una madre. Si risvegliò alle otto, si stirò e sorrise:”Ciao – disse guardandomi – sai ho fatto un sogno strano, bellissimo, ero in un bosco  verde con tanti canguri che saltavano fra gli alberi…” e continuò a narrarmi il suo sogno felice come una bambina, sino a quando più tardi, una sua amica la venne a prendere. Si rivestì e io l’accompagnai sino alle scale, :” Ciao ci vediamo, grazie” disse, mi sorrise ancora poi si avviò di corsa per le scale.
Fu proprio allora che rientrando in casa vidi il canguro, i canguri. In poche ore ero passato dall’antipatia alla simpatia, dalla simpatia a qualche cosa d’altro che non volevo ammettere, no, pensai, non è possibile. Solo da poco ero uscito piuttosto ammaccato da un matrimonio a dir poco burrascoso e sino a qual momento non avevo avuto alcuna intenzione di iniziare  una nuova relazione. No! Mi dissi. Non voglio, non devo.
“No. Non puoi.” Quella voce echeggiò nella mia testa ripetendosi come un eco.
“Chi…?” esclamai sgomento.
“Noi” Mi volsi.
“Si, noi, i canguri”
“Voi non esistete, – urlai  – non esistete e non siete mai esistiti. Non potete parlare, siete un incubo, una allucinazione, un’assurda ipotesi. Via! Andate via!”.
“Non possiamo, – risposero – E’ vero, prima non esistevamo, prima di cadere da un sogno, ma ora siamo qui come te e aspettiamo”.
“Aspettate? Aspettate cosa? Che cosa aspetto?”
“Lei – risposero – che lei torni a prenderci”.
“Tornerà?” chiesi sconfitto.
“Forse” risposero.
a7232ce57fce5f94cd3ab3e6989e2b73.jpgChiusi gli occhi per l’ennesima volta cercando di riordinare i pensieri, cercando di dare una spiegazione a quella sensazione di vuoto, alla mancanza di qualcosa. Li riaprii e li richiusi nuovamente nella speranza che tutto potesse tornare alla normalità, sperando, riaprendo gli occhi, di poter constatare la scomparsa di quegli strani e saltellanti folletti rossi. Niente, erano ancora lì, così mi costrinsi ad accettare quell’impossibile presenza quasi fosse un fatto reale. Mi vestii di corsa, uscii e girai per la città quasi fossi un invasato andando da un bar all’altro, da una piazza all’altra nella speranza di incontrarla nuovamente. Incrociando gli amici presenti la sera prima a casa mia mi soffermavo a fare quattro chiacchiere, ma dentro bruciava la voglia di chiedere se l’avessero vista, se ne conoscessero l’indirizzo od il numero di telefono ma senza mai trovare il coraggio per farlo. Alla sera tornato a casa, ritrovai ad attendermi i canguri, il più grande sulla porta della camera ed i piccoli che, silenziosi, saltellavano sul letto. Mi guardarono muti ma i loro occhi esprimevano una silenziosa domanda “L’hai vista? Tornerà a riprenderci?”.
Non risposi, la mia espressione era più eloquente di qualsiasi parola. Scoraggiato mi buttai sul letto cercando di prendere sonno e col sonno dimenticare, loro mi circondarono pazienti ed attesero, poi, quando finalmente mi addormentai, silenziosamente entrarono nei miei sogni. Continuai così per diversi giorni a girovagare per la città nella speranza di incontrarla, senza nessun risultato, la sera rientrando a casa incontravo nuovamente i canguri che ripetevano ogni volta con gli sguardi la medesima domanda, aspettando poi, pazienti come sempre, che mi addormentassi per entrare nei miei sogni ed uscirne nuovamente al mio risveglio all’alba, nell’implorante attesa di poter tornare ancora una volta a quell’unico vero sogno.

 

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Set 4, 2007 - poesie    23 Comments

anche gli amori molte volte hanno una……

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Fine

Io, con i miei silenzi.

Tu, con le tue parole

Noi,

con i nostri sguardi

persi altrove,

abbiamo posto

la parola fine

dove un giorno

avevamo scritto

amore

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Set 2, 2007 - poesie    7 Comments

quanti tipi di amore esistono…….

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Un amore bastardo       10.03.71

Un amore bastardo,
nato dal caso
nascosto, occultato,
non voluto.
Maledetto.
Abortito in silenzio
disumano,
che vive di dolore
che si nutre di lacrime,
che nell’ansia,
nell’attesa
brucia
ogni desiderio di vita.
Un amore bastardo
che nelle notti insonni
fa imprecare di rabbia
e come droga crea
incubi e visioni.
Un amore bastardo,
partorito dall’odio
vomitato
in stomachevoli conati.
Un amore bastardo
che non vuole morire
scacciato ritorna,
ucciso rinasce,
come fantasma perseguita
inseguendo ricordi,
creando lacrime
che mai
avranno arcobaleno.
Amore, bastardo amore,
quando?
Tornerò a sorridere

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Ago 20, 2007 - poesie    3 Comments

Tributo a Prevert

scritta in un lontano 19.. in una piccola soffitta di rue Reaumur sopra i tetti di Parigi, , in una giornata troppo fredda per passeggiare….

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Histoire d’un jour

Jour, un jour
un histoire.
Le soleil se leve
comme d’habitude,
l’eclaircir du ciel
premiere pale lumiere,
un homme qui se leve
en se reveilland,
comme toujours,
que regarde la fenetre
de sa chambre
ouverte sur le mond,
le mond ouvert sur la vie,
la vie ouverte.
Et il regard
fermé dans sa chambre
il regard l’ouverture,
et il chante
il chante l’ouverture
qu’il regard.
Heureux il s’abille,
comme toujours,
il dessend sur la rue
qui dessend vers la ville
et il s’en va
ses pieds qui tombent
en suivent le ritm
de la chanson qu’il chante,
la chanson chantand
le cafè ou toujour
il bois son café,
et appré il retour
et il marche sur la rue
la rue que marche dans dans la ville
la ville que marche dans le mond
le monde que marche dans la vie,
la vie ou il marche.
Il va, il revien,
il regard la rue
que a dejà regardé hier,
appres hier
et tous les autres jours arrièr.
La rue n’est pas changée,
les murs sont gris
les fenetres ouvertes
ou fermées,
toujours le memes  ouvertes,
toujours les memes fermèes.
Les memes visagers aussi,
des hommes, des femmes
qui vont
ou va la rue,
la rue que va dans la ville,
la ville que va dans le mond,
le mond que va dans la vie,
la vie que va
et va,
sans retourner jamais.
Toujours  pareille,
malheureusement heureuse
ou heureusement malheureuse,
il n’y a pas difference.
Jusqu’au un jour,
le derniere jour d’un homme.
Un homme qui se leve
et qui chante
qui dessend dans la rue,
un homme que tombe
sur le pavé de la rue,
(s’etait pareil
si le pavé tombait sur lui)
et il tegard
la derniere fois
et cett fois
le soleil
derniermant couchant,
n’est plus pareill,
la rue des tous les jours,
meme de la dimanche,
samble etre changée,
c’est plus trist,
plus loin
presqu’inconnue.
Un jour
un histoire,
histoire d’un jour.
Un jour pareill
aux autres
pour tout le mond,

sauf exceprions.
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Storia di un giorno

Giorno, un giorno
una storia.
Il sole sorge
come sempre,
lo schiarire del cielo
prima pallida luce,
un uomo che si alza,
risvegliandosi
come sempre,
guarda la finestra
della sua camera
aperta sul mondo,
il mondo aperto sulla vita,
la vita aperta.
Ed egli guarda,
chiuso nella stanza
guarda l’apertura
e canta,
canta l’ouverture
che sta guardando.
Felice si veste,
come sempre,
e scende sulla strada
che scende verso la città
e se ne va,
i suoi piedi si muovono
seguendo il ritmo
della canzone che canta,
la canzone cantante
il caffè dove da sempre
beve il suo caffè
e poi egli torna
sulla strada e cammina,
la strada che cammina nella città
la città che cammina nel mondo,
il mondo che cammina nella vita,
la vita, dove egli cammina:
E va, e ritorna
guarda la strada
che ha già guardato ieri
l’altro ieri
e tutti i giorni passati.
La strada non è cambiata,
i muri sono grigi
le finestre aperte
o chiuse,
sempre le stesse aperte,
sempre le stesse chiuse,
Il medesimi visi
di uomini, di donne,
che vanno
dove va la strada,
la strada che va nella città
la città che va nel mondo,
Il mondo che va nella vita,
la vita che va
e va,
senza tornare mai,
sempre uguale,
infelicemente felice
o felicemente infelice,
non fa differenza.
Sino ad un giorno,
l’ultimo giorno di un uomo.
Un uomo che si alza
e che canta,
che scende sulla strada;
un uomo che cade
sul selciato della strada,
(sarebbe stato eguale
se il selciato fosse caduto su lui)
ed egli guarda
l’ultima volta,
e questa volta
il sole,
all’ultimo tramonto,
non è più eguale,
la strada di tutti i giorni,
anche della domenica
sembra cambiata,
è più triste,
più lontana,
quasi sconosciuta.
Un giorno,
una storia,
la storia di un giorno.
Un giorno simile
agli altri
per tutto il mondo,
salvo eccezioni.
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Ago 16, 2007 - poesie    3 Comments

Incontro

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Io e te,
due gatti randagi,
ognuno per la sua strada.
Improvviso
l’incontro.
In un vicolo buio
nascosto alle morali
celato al perbenismo
io e te
due gatti randagi,
per un piccolo
attimo,
parentesi aperta
su un istante di vita,
parlammo d’amore.
Ie e te,
due gatti randagi,
per un infinito attimo.
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Ago 7, 2007 - pensieri, poesie    1 Comment

Indietro……

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torniamo indietro

torniamo

a strigerci la mano

ad ascoltare

a parlare piano

prendiamoci di nuovo

il tempo per sognare

per chiudere gli occhi e

per pensare

indietro

torniamo indietro a……………

quel tempo

che non è mai stato

a quel sogno

che non è il passato

indietro

torniamo indietro
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Ago 2, 2007 - poesie    1 Comment

Io, dentro me

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Io, dentro me
parlo,
parlo di me
e parlo di altre cose
parlo di te,
di petali di rose,
di fiori
che appassirono lontano.
Parlo di spine
che ferirono la mano,
parlo di voi,
che un di feci soffrire
e parlo di occhi
che seppero ferire
quello che dentro me
c’era di buono.
Parlo di cose ormai
rubate o vecchie
che però ancora
stringo nella mano
e la malinconia,
che si compone adesso
dentro di me
mi fa sentire vivo.
Malinconia,
solo con te sincero
sono stato in vita mia
mai ti ho mentito

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Lug 31, 2007 - poesie    8 Comments

Seguaci

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Folate di vento
nel Luogo deserto,
silenzio,
s’intende lontano
una voce
che chiede di uscire
di adire alla luce
vedere la gente,
le cose capire
ma invano
Silenzio
La dietro la fronte
un cervello scordato
che vaga disperso

nel proprio passato
dentro un labirinto

di vuote parole
che gli hanno negato
la luce del sole.

Un ego negato
di un uomo infelice
che cerca una fede
che cerca la pace,
si muove a tentoni
incespica, cade,
e resta giù prono

aspettando che un vate
dall’alto di un trono
di un pò d’attenzione
gli voglia far dono.
Folate di vento
nel luogo deserto
silenzio.
Un cervello scordato
si nega subendo
il proprio passato
d’avanti ad un muro
cancella le tracce
del proprio futuro

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