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Ago 8, 2007 - racconti brevi    9 Comments

Un povero diavolo

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Si chiamava Beleth ed era un povero diavolo, non in quanto effettivamente povero, ma molto più semplicemente perché era veramente un diavolo, diciamo allora un demonio per evitare confusioni. Un tempo era stato un uomo, poi un comune dannato, ricordava di essere morto all’incirca nel quattrocento e di essere stato scaraventato all’inferno per alcune colpe che lui francamente non ricordava neppure di avere commesso. Ripensandoci poi doveva ammettere che in fondo in fondo non si era trovato  neppure troppo male anzi qualche piccola soddisfazione se l’era potuta togliere nei confronti di chi in vita lo aveva sempre sfruttato e che ora come lui era finito all’interno del calderone. Proprio per questa ragione Satana lo aveva promosso, da semplice dannato a diavolo, certo solo un diavolo di seconda categoria, ma pur sempre un diavolo e dopo un breve tirocinio era stato inviato nuovamente sulla terra allo scopo di procacciare nuovi inquilini al suo datore di lavoro con la promessa che se avesse svolto bene il suo compito dopo pochi anni sarebbe potuto rientrate all’inferno con tutti gli onori ad occupare un posto di primo piano.
Purtroppo però le cose non erano andate come lui aveva previsto, non che nel settore asegnatogli fossero tutti buoni, casti, pii e incorruttibili, anzi erano parecchi quelli che finivano ad ingrossare le file dei dannati, ma nessuno, proprio nessuno per merito suo. Ricordava come, quando  rimandato sulla terra gli era stato assegnato un popoloso quartiere di una grande città,  avesse pensato che con i trucchi appresi durante il suo tirocinio avrebbe potuto facilmente indurre in tentazione quei poveri ometti ed indirizzarne a frotte al proprio datore di lavoro. Ma non era andata così, era giunto sulla terra nell’anno 2001. Si era reso subito conto che il mondo non era come lui se lo ricordava, era totalmente cambiato, la sua presenza era assolutamente superflua, la concorrenza per lo più a titolo gratuito e volontaria era veramente spietata. Mezzi di comunicazione, corruzione, furti ,spaccio di droga, prostituzione, omicidi, il tutto avveniva ormai nella totale indifferenza dei più e senza alcun bisogno del suo intervento. Erano ormai trascorsi quattro anni dal suo ritorno sulla terra, ed ora stanco e umiliato si trovava a scrivere al suo datore di lavoro una lettera con una richiesta di trasferimento. Che lo mandassero in Amazzonia, in Groenlandia, in Tasmania, ovunque volessero, ma uno, almeno uno, per una questione di orgoglio voleva mandarlo personalmente all’inferno.

                                                                                         refusi

Lug 22, 2007 - racconti brevi    4 Comments

Kivulimi – Vento dell’est

2c3d732b172840190758076be40c9244.jpg                                            quinta ed ultima parte 

La guida parla abbastanza bene l’italiano. Sta spiegando qualcosa a proposito di pepe, cannella e chiodi di garofano, ma io non presto molta attenzione. Il gruppo si sposta ed io ne approfitto per porgli la domanda che mi sta a cuore: “Hai mai sentito parlare di kivulimi?”

“Vuol dire casa delle ombre” mi risponde.

“Si lo so, ma hai mai sentito parlare di un posto che si chiama così?”

Lui scuote la testa. “No, mai.”

“Sei sicuro?” insisto.

“Sicuro.” Mi sorride benevolo, ha capito che ci sono rimasta male. Deve essere per forza così, è una guida, se esistesse non potrebbe non saperlo. Adesso la mia vacanza è davvero conclusa.

“Và, cogli una stella cadente…Dimmi dove sono gli anni trascorsi… Insegnami a udire il canto delle sirene…” … Una colomba che tubava sul davanzale. Il profumo dei fiori nel sole. Falene nel giardino della Casa delle Ombre sotto il chiaro di luna…*

Il cielo è grigio ed in lontananza si intravedono grosse nubi cariche di pioggia, in tema con il mio stato d’animo. La stagione delle piogge è prossima e tra non molto anche il villaggio chiuderà i battenti per riaprire con il nuovo anno. La spiaggia è deserta quasi come il giorno in cui l’ho vista per la prima volta. Un po’ per via del tempo ed un po’ perché gli altri sono tutti assorbiti dai preparativi della partenza e dagli ultimi acquisti. Le mie valigie sono già pronte e non ho regali da comperare, gli ultimi soldi li ho spesi per l’escursione del mattino. Sono venuta a salutare il mare. Ho fatto l’ultimo bagno e adesso sono seduta sul telo di spugna con le ginocchia strette al petto. Inutile dire che mi sento molto malinconica e delusa. Kivulimi non esiste. Ho letto e riletto quel libro fin quasi ad impararlo a memoria, al punto che irrazionalmente mi ero convinta che fosse parte di me… o io di lui… ma comunque reale… Il mio sogno di bambina si è infranto miseramente. Non potrò mai più pensare a Zanzibar nello stesso modo. Non sarei mai dovuta venire qui. Avevo bisogno di quel sogno, di credere che fosse tutto vero. Che Miss Hero Hollis ed il capitano Rory Frost fossero realmente esistiti, insieme con la Casa delle Ombre. Rappresentavano da sempre un rifugio per me. Un viaggio avventuroso, lontano dai pensieri tristi e da me stessa. Perché sono venuta? Sapevo benissimo che c’era la possibilità di ricavarne una delusione. Ma io dovevo venire. Perché? Perché? E poi, come se un raggio di sole avesse squarciato le nubi che offuscavano la mia mente, ho capito. Proprio per questo dovevo venire. Perché non è più il tempo di sognare, ma di vivere…

Un lieve movimento alle mie spalle mi distoglie da quei pensieri. “Ti disturbo?” Il ragazzo indossa la maglietta dello staff ma io non l’ho mai visto.

“No, figurati.” gli rispondo.

Si siede accanto a me sulla sabbia. “E’ raro vederti in giro…” mi dice.

“Si, in effetti ho girato parecchio… Non ti ho mai visto. Di cosa ti occupi?”.

“Della colonna sonora delle tue vacanze…” indica il gabbiotto situato nella parte alta della spiaggia. Il posto ideale per guardare senza essere notati… “Anche di sera in discoteca,” e confermando i miei sospetti aggiunge “non sei mai venuta.” 

Sono imbarazzata e resto in silenzio, non saprei proprio cosa dire. Non certo che ho trascorso gran parte della settimana in cerca di fantasmi. Sono consapevole del fatto che per una ragazza della mia età sarebbe stato più normale partecipare alle attività del villaggio e far tardi in discoteca. Ma io non sono così e non posso farci proprio niente.

“Sei strana…” Sorride. Ha un bel sorriso, pulito e sincero. I suoi occhi sono molto dolci. “Parti domani?”

“Si…”

“Come mai viaggi da sola?”

“Quando ho organizzato questo viaggio ero sola… io ed il mio ragazzo ci eravamo lasciati… nel frattempo siamo tornati insieme, ma era troppo tardi… così…” è la verità anche se non spiega come mai, mesi fa, io abbia deciso di intraprendere questo viaggio da sola, ma a lui sembra bastare come spiegazione.

“Ho capito…” dice con gli occhi bassi giocherellando distrattamente con la sabbia.

Proprio in quel momento sento chiamare il mio nome dall’altoparlante della direzione. Rapidamente raccolgo tutta la mia roba, mi scuso e mi allontano. Dall’altra parte del telefono mio padre mi chiede come sto, ma io sono distratta. Lo ragguaglio sull’orario di arrivo e lo liquido velocemente. Quando torno alla spiaggia il ragazzo non c’è già più e così mi avvio al mio alloggio per prepararmi per la cena.

Nell’anfiteatro sta cominciando il viavai di gente che si accinge a prendere posto sulle gradinate e mi accorgo del “ragazzo della musica” solo quando me lo trovo davanti.

“Ciao” mi saluta e il suo sorriso mi sembra ancora più bello di quel pomeriggio.

“Ciao” rispondo ricambiando il sorriso. Per un istante sembra che voglia dirmi qualcosa, ma poi cambia idea e se ne va, lo spettacolo sta per cominciare.

A dir la verità non ho prestato molta attenzione a quello che accadeva davanti ai miei occhi, una serie di pensieri vecchi e nuovi si sono affollati nella mia mente per tutta la durata dello spettacolo. Verso mezzanotte, dopo i saluti finali, si abbassano le luci sul palco per accendersi immediatamente dopo sulla pista. La gente si riversa al centro dell’anfiteatro e comincia a ballare. Anche questa notte farà l’alba, tanto domani in aereo ci sarà tutto il tempo per dormire. Io resto un momento indecisa, quindi mi alzo. Mi giro solo un attimo a guardare verso la cabina del dj, ma il vetro è scuro e non si vede nulla. Sarebbe facile… penso. Potrei andare lì con la scusa di salutarlo, domani partiamo presto e lui non ci sarà. Ma non lo faccio. Perché sono strana… Sorrido fra me e me e mi avvio verso l’uscita. Sono già quasi fuori che una voce maschile mi urla di fermarmi. Mi volto di scatto, con il cuore in gola, ma non è il ragazzo della musica, bensì il maestro di tiro con l’arco.

“Te ne vai senza salutarmi?”

Non sono sicura che non mi stia prendendo in giro, ma gli tendo la mano. Lui ricambia la stretta con un sorriso “In fin dei conti non sei male come sembri…” dice strappandomi una grossa risata.

“Immagino che dovrei ricambiare la cortesia…” rispondo ancora ridendo. “Buona fortuna… e cerca di fare il bravo!”

“Buona fortuna anche a te…”

Adesso è davvero finita.

Uscirono dalla porticina nel muro di cinta e il vento dell’est venne loro incontro, odoroso di mare e chiodi di garofano e fiori esotici, facendo frusciare le fronde delle palme che circondavano le candide spiagge di Zanzibar.*

Epilogo

Molti anni e molti viaggi dopo, quella a Zanzibar resta ancora la vacanza più bella ed emozionante che abbia mai fatto. Ha segnato un passaggio nella mia vita e non la dimenticherò mai.

Prima di quel viaggio ero esistita solo di riflesso alla mia famiglia, al mio fidanzato di sempre, ero la ragazza timida ed impacciata che non lascia traccia di sé. Successivamente ho avuto modo di rivedere alcuni degli ospiti del villaggio con cui avevo stretto amicizia e di rendermi conto che quella volta le cose erano andate diversamente.

Era la prima volta che mi trovavo da sola in un posto sconosciuto e tanto lontano da casa. E’ stato il primo passo verso l’indipendenza e la scoperta di me stessa.

Non ho letto mai più il libro, ma Miss Hollis, il capitano Frost e la Casa delle Ombre sono ancora lì dove li ho lasciati.

Fine.
                                                               penny.blue

 

(*) Da Vento dell’Est di M.M. Kaye

Lug 21, 2007 - racconti brevi    3 Comments

Kivulimi – Frecce avvelenate

09eedcc3781fa11f33483c56241af201.jpgquarta parte

Non potevano esserci due case come quella: alta e bianca con numerose merlate, protette dalla parte del mare da una muraglia così massiccia da ricordare un antico forte; si levava direttamente dalle rocce sottostanti, un muro con una garitta all’estremità. Anche la spiaggia le era familiare: una falce di luna di candida sabbia, delimitata su entrambi i lati da due massicce scogliere coralline sormontate da una boscaglia di contorti pini marittimi e di vegetazione tropicale. Non poteva sbagliarsi… era la baia e la casa che ricordava… Attirata dallo scintillio dell’acqua Hero rivolse altrove la sua attenzione e seguì un altro sentiero che la portò sulla sponda di una fontana adorna di uccelli di pietra e piena di petali caduti, nella quale stupende farfalle purpuree si scaldavano al sole sopra enormi ninfee candide. Sul lato opposto della vasca crescevano cespugli giganteschi di fiori selvatici: ibisco, zinnie, rose e piante di corallo, una nuvola azzurrina di piombaggine e una cascata candida di gelsomini che permeavano le ombre della loro dolce fragranza. Fra i tronchi degli alberi e un merletto di fogliame si scorgevano appena alcuni gradini di pietra che portavano a una lunga veranda e, più in là, alla casa vera e propria… Proprio in quel momento un ramo spinoso, pesante di boccioli gialli e profumati, si impigliò nella sua gonna mentre si voltava per allontanarsi dalla vasca. Hero si chinò per liberarla e… restò di pietra, la mano paralizzata sull’orlo del vestito di cotone nero, il sorriso raggelato sulle labbra, lo sguardo fisso su un paio di gambe calzate da stivali di cuoio, perfettamente immobili all’altro lato del cespuglio… e si trovò a fissare, occhi negli occhi, un paio di iridi chiarissime e incredibilmente gelide.” (Da Vento dell’Est di M.M. Kaye)

 

Il battello a motore avanza a poche centinaia di metri dalla costa. Il mare di Zanzibar è blu cobalto e intorno a noi scivolano a pelo d’acqua i dohw, le antiche imbarcazioni arabe dalla vela triangolare, ancora oggi utilizzate per la pesca. Con la bassa marea, come veneri fuoriuscite dalle acque, emergono le candide lingue di sabbia, dando la luce ad una miriade di conchiglie e granchi di ogni dimensione. Un’infinita varietà di pesci e di coralli popola queste acque. Qualcuno avvista in mare aperto un branco di delfini e avverte concitatamente gli altri.  Io non stacco lo sguardo dalla costa, nella speranza di intravedere prima o poi le mura merlate della Casa delle Ombre, ma nulla che possa lontanamente corrispondere alla descrizione si profila all’orizzonte. Ancora due giorni prima della partenza. Domani faremo un giro nell’interno per visitare alcune piantagioni di spezie per cui Zanzibar è famosa in tutto il mondo. Manca poco al rientro a casa e nonostante abbia amato ogni istante di questo viaggio, disavventure comprese, mi manca qualcosa. Nel pomeriggio non potrò cimentarmi in un’altra escursione, perché ho un conto in sospeso da regolare. E la mente mi torna alla sera precedente.

Il maestro di tiro con l’arco è un tipo atletico ma non particolarmente bello, in compenso è un gran pallone gonfiato. Già nei giorni precedenti mentre ero intenta a consumare i miei pasti lo avevo sentito lamentarsi con colleghi e ospiti del villaggio dell’invadenza di alcuni ospiti, che passano le loro giornate importunando gli animatori con continue domande sul loro stile di vivere che li porta tanto lontani da casa per molti mesi all’anno. Due sere prima, per l’appunto, questo campione di diplomazia era capitato proprio al tavolo in cui io ed un gruppetto di altri ospiti stavamo cenando beatamente, scambiandoci chiacchiere e curiosità, e immancabilmente aveva cominciato a snocciolare le solite lamentele. Avevo atteso pazientemente che terminasse e poi guardandolo dritto in faccia gli avevo detto: “dovresti essere contento che qualcuno di interessi a ciò che fai dal momento che è impossibile interessarsi a ciò che dici…”. Silenzio. Lui era diventato paonazzo, ma non aveva risposto. Non poteva mancare di rispetto ad un’ospite più di quanto avesse già fatto. Io avevo ripreso a mangiare apparentemente tranquilla, ma in realtà incredula del mio comportamento. Tanta schiettezza non mi appartiene, ma in quell’occasione avevo dovuto ammettere con me stessa che negli ultimi mesi in me sono cambiate tante cose e lo dimostra il solo fatto che abbia deciso di intraprendere questo viaggio tutta sola… Tornando al tipo ne avevo proprio le scatole piene di lui, in fondo nessuno lo obbliga a fare ciò che fa ed è naturale che un lavoro così fuori dalle righe possa affascinare persone che passano la maggior parte della loro vita dietro una scrivania. A poco a poco al tavolo era ripreso il chiacchiericcio e lui con una scusa si era alzato ed era andato via. La sera seguente aveva avuto il compito di intrattenere gli ospiti proponendo degli indovinelli. Un classico, partendo da pochi indizi e con la facoltà di porre alcune domande bisognava indovinare la soluzione del giallo. In genere non amo stare al centro dell’attenzione, per cui per un bel po’ ero rimasta in silenzio, ma poi la curiosità aveva preso il sopravvento e incurante di tutte le persone che mi stavano intorno avevo cominciato a porre tutta una serie di domande e in men che non si dica ero arrivata alla soluzione. E questo per due volte di seguito, tanto che per un attimo mi ero quasi dimenticata della presenza di altre persone nella sala, a parte lui naturalmente. Alla fine si era passato ad altro e lui aveva approfittato di un momento libero per avvicinarsi a me ed alle due ragazze con cui avevo fatto amicizia e ci aveva invitate per il giorno seguente a cimentarci nel tiro con l’arco… Che bastardo! Era chiaro che lo stava facendo per vedermi umiliata e sconfitta! Naturalmente non avevo potuto tirarmi indietro.

 

Ed ora eccomi qui a giocare a Robin Hood… mai una volta che faccia la parte di lady Marian. Sarebbe così riposante! La corda tesa al massimo, con l’indice ed il medio della mano destra all’altezza del naso a pochi millimetri dal viso, il gomito allineato con la mano. Abbiamo tre frecce a nostra disposizione e ne ho già sprecate due, ma non mi sono voltata dalla sua parte a guardare la sua espressione gongolante. Si alterna fra le due ragazze per aiutarle a correggere il tiro, naturalmente si guarda bene dall’aiutare anche me. Cerco di mantenere al meglio la postura, anche se è faticosissimo, è importante non solo per un tiro decente, ma anche per non ferirmi il viso con la corda. Sono concentratissima, tiro un profondo respiro e lascio andare le dita… Trattengo il fiato e… Incredibile! Centro! Resto immobile. Non posso crederci! Nemmeno questa volta mi giro a guardarlo, non so se si è accorto del mio tiro.  Prima di muovermi per andare a raccogliere le frecce sul bersaglio devo aspettare il suo segnale. Potrei diventare il bersaglio di qualcun altro. Passa un tempo interminabile e quasi sussulto quando lo sento dietro di me che a voce bassa dice, come se mi avesse letto nel pensiero: “Ho visto…” ma non lo guardo in faccia e non ho idea della sua espressione. Poi ci da il segnale e tutte e tre andiamo a raccogliere le nostre frecce. Mi cimento in altri tre tiri, discreti, anche se non riesco più a fare centro e me ne vado. Meglio non sfidare la fortuna. Lui ha una faccia impenetrabile e mi saluta con un cenno della testa.

 

Continua….
                                                         penny.blue

Lug 20, 2007 - racconti brevi    4 Comments

kivulimi – La città di pietra

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 Farai vela intorno al mondo per trovare il lavoro che ti è stato destinato e colui che ti aiuterà a compierlo…” Il roco bisbiglio languì fino a tacere, poi la vecchia lasciò andare la mano e arretrò, scuotendo la testa come per liberarsi di qualcosa… “vento e acqua salata e alberi come scope… e uomini color cioccolato e neri che muoiono. Che muoiono sotto il sole e la pioggia…”  (*)

Il pulmino che abbiamo noleggiato si ferma nella zona antistante il porto. Ho il cuore in gola, sono emozionantissima. E’ da anni che aspetto questo momento. Quasi quasi mi dispiace di non essere sola, ma in compagnia di due coppie di turisti che ho conosciuto al villaggio. E’ sciocco lo so, ma questo è un momento soltanto mio, che non vorrei condividere con nessuno, a maggior ragione con degli estranei. Prendiamo accordi con l’autista del bus per il ritorno e ci apprestiamo a fare il giro della città.

Nelle antiche residenze dei sultani o nelle case signorili della Città di Pietra (Stone Town), è possibile intravedere le vestigia di un fastoso passato. Dimore, Come la casa delle Meraviglie, costruita dal terzo sultano di Zanzibar, Bargash, più di un secolo fa, sono state quasi del tutto spogliate dei loro preziosi tesori, ma restano, a testimonianza dei passati splendori, gli ornamenti arabescati delle balaustre, le scale di legno e i maestosi portali finemente intagliati. Ovunque, camminando per le strade strette della parte antica della città ci s’imbatte in dimore indiane o arabe, i cui portali riccamente intarsiati testimoniavano l’opulenza delle famiglie che un tempo le hanno abitate. Oggi le più belle di esse sono state ristrutturate e trasformate in alberghi di lusso per i ricchi turisti arabi. La decadenza della città alberga nel suo passato di centro di smistamento degli schiavi e nella fine di tale spregevole commercio. Emblema di questo triste passato la cattedrale anglicana costruita verso la fine del diciannovesimo secolo per volere di padre Edward Steel, sulla piazza del mercato degli schiavi, dove giungevano quelli di loro che erano sopravvissuti, stipati nelle stive delle navi negriere per giorni e giorni, malnutriti ed in condizioni sanitarie pessime. Lì venivano fustigati con una violenza inaudita per metterne alla prova la resistenza fisica e poi venduti.

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La turista di Varese che mi cammina di fianco, mi guarda sbalordita “Ma come fai a sapere tutte queste cose?” mi chiede. Io sorrido ed alzo le spalle. Per me è stato un pò come tornare a casa. Con la fantasia ho percorso queste strade centinaia di volte. “Continua,” mi esorta. Io sorrido, un po’ imbarazzata. E’ una cosa nuova per me, ma il suo interesse è genuino e questo mi esorta ad andare avanti.

Zanzibar fin dall’antichità è stata meta di esploratori e conquistatori e questo soprattutto per la sua strategica posizione geografica. Famosi esploratori come Livingstone sono passati di qui prima di inoltrarsi nei meandri dell’Africa nera. Il sultano Seyyid Said , il leone di Oman, nel 1832 trasferì qui la capitale del sultanato da Mascate a Zanzibar, proprio perché da qui era possibile controllare il vastissimo tratto di costa su cui si dipanava il suo regno. Sono all’incirca di quel periodo le relazioni diplomatiche con Stati Uniti e Gran Bretagna, in quegli anni particolarmente impegnate nella lotta contro la schiavitù. Solo nel 1873 il sultano Bargash fratello di Seyyid Said e suo successore, firmò un editto che metteva fuori legge la tratta degli schiavi. La rivoluzione del 1964 ha visto l’indipendenza dell’isola e l’ingresso di questa nella Repubblica della Tanzania. Zanzibar oggi è una regione semiautonoma, con un suo presidente ed una camera dei rappresentanti.
Stone Town, la capitale dell’isola, è una città multietnica dove convivono musulmani, che rappresentano la maggioranza della popolazione, indù, sikh e cattolici. Essa si apre sul golfo di Zanzibar ed offre la vista sul porto mercantile; sull’enorme casa delle Meraviglie, con la torre dell’orologio, i due cannoni all’ingresso puntati verso il mare e le ampie balconate merlettate; sulle mura che circondano il vecchio forte la cui costruzione fu intrapresa nel 1698 dagli arabi di Oman succeduti all’occupazione portoghese durata circa due secoli; sul palazzo del museo dimora dell’ultimo sultano e sui maestosi alberi di acacia del parco.

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Ho trovato un nuovo amico. Mi segue da un bel po’ di tempo, anche se non saprei dire esattamente da quando, perché la visita al mercato mi ha abbastanza scioccata. La vista della carne macellata all’aperto e quell’olezzo acre ed intenso mi ha stordita, non vedevo l’ora di uscire, ma non è stata un’impresa facile. E’ stato come entrare in una galleria degli orrori e ad ogni passo sussultavo trovandomi di fronte qualche uomo dall’aspetto raccapricciante e maleodorante. La città brulica di questi ragazzini scuri di pelle, dai lineamenti delicatissimi e leggermente a mandorla, ansiosi di accompagnare i turisti nella speranza di raggranellare qualcosa. Gli stipendi sono infinitamente bassi, rispetto ai nostri canoni europei, di conseguenza quelli che a noi appaiono come pochi inutili spiccioli, qui rappresentano la paga di giorni e giorni di lavoro. Per questo motivo le autorità pregano i turisti di compensare le giovani guide con oggetti, come penne o quaderni, per evitare che attratti dalla prospettiva di guadagni facili abbandonino la scuola. Il mio giovane accompagnatore è molto tenace. Finora non gli ho dato nulla. Gli abiti sono logori ed il volto scarno. Non sono riuscita a comprendere il suo nome. E’ poco più di un bambino, ma la sua logica è certamente quella di un adulto. Non voglio dargli soldi e non ho nulla con me da potergli regalare. Così quando ci fermiamo davanti ad una specie di bar dove i miei compagni si fermano a prendere qualcosa da bere, entro e gli compro una cocacola. Lui quasi me la strappa di mano e la beve tutto d’un fiato con un’avidità che mi impressiona, dopodichè con noncuranza getta la lattina in terra. Mi sento malissimo e centinaia di anni di schiavitù, sfruttamento ed oppressione mi pesano sulle spalle come un macigno. Regalandogli quella bibita, ho fatto nel mio piccolo ciò che per secoli le compagnie ed i governi coloniali hanno fatto a spese di questa povera gente. Imporgli uno stile di vita che non gli appartiene e che dopo centinaia di anni ancora non hanno metabolizzato, ma che condiziona negativamente il loro modo di vivere. 
Ovunque andrete a Zanzibar sentirete spesso le parole akuna matata (nessun problema) e pole pole (adagio adagio). Nonostante quella per la sopravvivenza sia una lotta quotidiana, l’incessante contrapposizione fra tradizioni secolari e l’irruenza del progresso occidentale, negli occhi scuri e profondi di questa gente risplendono un’antica saggezza ed una giovialità invidiabili. Ovunque andrete a Zanzibar incontrerete bambini, i più belli del mondo. Scalzi, in abitini consunti e pomposamente europei. Resterete incantati dalla bellezza dei loro occhi e dalla dolcezza dei loro sorrisi, dai loro sguardi incuriositi e dalla voglia di giocare, proprio come tutti i bambini del mondo. E proprio essi sembrano essere i depositari del fascino misterioso dell’Africa e delle sue cocenti contraddizioni.

continua                
                                                           penny.blue

 

(*) Da “Vento dell’Est di M.M. Kaye

Lug 19, 2007 - racconti brevi    3 Comments

Kivulimi – mattino di un nuovo giorno

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parte seconda

La spiaggia si perde a vista d’occhio, la sabbia è bianca e sottilissima, disseminata di conchiglie e piccole pozze d’acqua, segno evidente del passaggio dell’alta marea. Il villaggio si intravede appena da qui e la natura appare incontaminata e selvaggia, in alcuni punti quasi inaccessibile. Cammino sulla battigia, incantata alla vista delle palme sottili ed eleganti, protese verso il mare quasi a volerlo sfiorare. Non mi rendo conto del passare del tempo, qui in questo luogo sembra non avere tanta importanza e comunque è ancora presto perché, a parte me, la spiaggia è ancora deserta.
Gli altri ospiti hanno fatto tardi ieri sera, ho scambiato quattro chiacchiere con alcuni di loro e come era prevedibile la maggior parte di essi è qui per motivi totalmente diversi dai miei. Io mi sento un’eroina dell’epoca coloniale e mi guardo bene dal raccontare ad alcuno il mio “segreto”.
Sono stata sollevata, comunque, di constatare che non ci sono soltanto coppie e che non dovrò isolarmi troppo. Va decisamente meglio e devo ammettere che l’atmosfera è incantevole e le notti africane spettacolari, come ho potuto constatare ieri soffermandomi sul patio del mio alloggio. Da troppo tempo forse non mi soffermavo a scrutare la notte, ad ascoltare il silenzio, per il semplice piacere di farlo, con la mente sgombra da ogni sorta di pensiero. Quando finalmente mi sono decisa a rientrare la stanza mi è sembrata decisamente più accogliente ed è stato molto romantico addormentarmi in quel letto avvolto come in una nuvola dal velo impalpabile della zanzariera. Questa mattina, poi, mi sono ritrovata a fare colazione su di una palafitta di legno circondata dalla foresta tropicale con una scimmietta che di tanto tanto compariva dal fitto fogliame di un albero per venire a rubare qualcosa da mangiare.
Sto per addentrarmi in un punto in cui la spiaggia non è che una striscia sottile ed impraticabile quando all’improvviso mi trovo di fronte uno spettacolo inaspettato. I tre uomini sono alti e diafani, la pelle è scura e trasparente come il miele d’acacia, ma i lineamenti sono sorprendentemente delicati e belli. Indossano drappi rossi confezionati in un tessuto grezzo e pesante ed impugnano una lancia. Mi sbarrano la strada facendomi segno che oltre quel punto non è possibile andare. Non sono spaventata, sono gentili e mi sorridono, uno di loro in particolare sembra apprezzare molto ciò che vede…
Faccio sfoggio di tutto il mio repertorio swahili dicendo jambo (ciao) e a malincuore faccio dietro front. Scioccamente mi ero illusa che sarei riuscita a trovare questa stessa mattina ciò che cerco, sempre che… Tornando sui miei passi incontro una coppia di turisti, mi fermo con loro a chiacchierare e mi spiegano che gli uomini che ho appena incontrato sono guerrieri Masai, arrivano qui dal Serengeti per lavorare come guardiani dei villaggi. Molto pittoresco… anche se la lancia mi sembra alquanto anacronistica come arma di difesa a meno che non ci si debba difendere da una turista svampita come la sottoscritta.

continua                                 
                                           penny.blue

 

 

 

 

Lug 18, 2007 - racconti brevi    6 Comments

Kivulimi

parte prima

Zanzibar, 24 agosto 2000

L’aeroporto internazionale di Zanzibar altro non è che un enorme hangar dall’aspetto molto poco rassicurante, dove al posto dei nastri trasportatori le valigie vengono sbattute su dei tavolacci messi uno in fila all’altro. Il personale addetto alla sicurezza non parla l’inglese, ma in compenso riesce a farsi comprendere benissimo mercanteggiando l’ispezione dei bagagli. Per una frazione di secondo penso di ribellarmi, ma sono troppo stanca e svuotata per delle insignificanti questioni di principio. Il volo è durato oltre sei ore e sono stanca. Seduta da sola, ho pianto per un bel pò, rimpiangendo questo colpo di testa, per inseguire un sogno di bambina. Alla fine la spunto per un dollaro americano.

Il tragitto in pullman è durato quasi quarantacinque minuti. Il caldo non è eccessivo, siamo a fine agosto e qui l’estate sta per finire, si approssima la stagione delle piogge. Il paesaggio è sempre uguale, rigogliosissima vegetazione tropicale ovunque.

Il bungalow è spartano. Fin troppo. Non era così nel depliant. Solo un letto coloniale di legno scuro circondato da una zanzariera  e pochissimi altri mobili. L’odore almeno è buono. Sandalo o chissà quale altra fragranza esotica. Mi accingo ad aprire la valigia, ma dopo dieci minuti buoni di vane ricerche mi rendo conto che non ho la chiave per aprirla e non riesco assolutamente a ricordare dove posso averla messa. Come se una fitta coltre di nebbia avesse avviluppato la mia mente.  Pensa un po’ se mi fossi rifiutata di pagare all’aeroporto, che misera figura avrei fatto! Il cellulare, penso. Meglio avvertire casa che sono giunta a destinazione sana e salva. Niente. Nonostante abbia contattato il servizio clienti prima della partenza per informarmi sulla procedura da seguire per le chiamate dalla Tanzania non c’è verso di comunicare con il mondo civile ed in più gli adattatori che mio padre mi ha dato per le prese di corrente sono tutt’altro che adatti… non posso telefonare e non posso ricaricare la batteria del telefono.  

Mi accascio sul letto con le lacrime che mi ballano negli occhi… proprio in quel momento squilla il telefono. Mio padre! Grazie a Dio almeno posso ricevere, anche se la batteria non reggerà mai una settimana intera. Lo avverto dei disagi con il telefono e gli dico che sto bene e sono contenta. Meglio tralasciare il particolare della valigia.

Esco e mi reco alla reception chiedo all’addetto se può mandarmi qualcuno con una tenaglia per rompere il lucchetto e nel frattempo scopro che contrariamente a quanto assicuratomi dall’agenzia nel villaggio non c’è ufficio cambi. Nell’isola accettano solo dollari, delle lire italiane neppure a parlarne e l’ufficio cambi più vicino è comunque troppo lontano… a parte il fatto che pare da queste parti prendano delle commissioni che farebbero impallidire anche il più incallito degli strozzini.

Di bene in meglio, mi trovo a seimila km da casa, con appena duecento dollari in tasca ed una lunghissima settimana davanti a me.

Torno in camera in attesa che vengano a scassinarmi la valigia, affondo le mani nella tasca e trovo le stramaledettissime chiavi… devo averci guardato almeno venti volte! Non mi sono ancora ripresa che sento bussare alla porta e mi trovo davanti McGyver con una tenaglia che sarebbe più indicata per tranciare l’ormeggio di una nave da crociera. Un po’ imbarazzata gli dico che ho già risolto e lui mi guarda come se fossi una turista sprovveduta e tonta. Ed è proprio così che mi sento, ma preferisco non pensarci e dare la colpa di tutto alla profilassi antimalarica. Pensare che un mese fa sono finita in ospedale per la reazione allergica al vaccino contro la febbre gialla e quella pazza invasata dell’ufficio sanitario mi aveva suggerito anche di prendere la pillola anticoncezionale nel caso in cui fossi stata rapita e violentata da qualche indigeno… al ritorno da questa vacanza avrei dovuto ricoverami in una clinica per tossicodipendenti… o per malattie mentali…

Mi sistemo alla bene e meglio. Sono pentita, ma ormai non è più possibile tornare indietro, tanto vale cercare di affrontare la cosa nel modo migliore possibile. Con tutto questo trambusto ho scordato il motivo per cui sono venuta qui. La casa delle Ombre, Kiwulimi.

Continua……
                                                            penny.blue

Lug 15, 2007 - racconti brevi    5 Comments

La rondine

e329aff4f4151a2e9cd6f63d4821d2ca.jpgGuarda” la voce di mia moglie richiama la mia ettenzione, stiamo scendendo in paese lungo uno dei vicoli che dall’alto si dirigono verso il lago, seguo con gli occhi il gesto che mi indica di guardare verso terra, nell’algolo di giunzione tra la pavimentazione stradale e il muro della casa, poco distante dalla vetrina di un negozio, scorgo una pallina raggomitolata, bianca e nera, una piccola rondine. Sta li ferma, quasi immobile, solo il leggero movimento del capo, a tratti ne rivela la vita, sembra tranquilla, quasi rassegnata. Mi chino e l’osservo, è un pulcino, forse caduta dal nido, forse alla sua prima esperienza di volo, dolcemente la accarezzo piano con un dito, non si muove, non si agita, non mostra nemmeno paura. Non so cosa fare, non voglio lasciarla lì, una rondine a terra è una rondine morta, ma cosa potrei fare? Impossibile nutrire un uccellino così piccolo, insettivoro per giunta, ma non lo voglio lasciare, ci sarà pure una soluzione. Piano, piano, cerco di inserire un dito al di sotto, spingendo dolcemente, ed è lei che si solleva leggermente e con le zampette si aggancia al dito, quasi fosse un trespolo. Mi sollevo, con quella piccola palla di piume e penne che adagio si arrampica sulla mano per trovare una posizione comoda, sbatte le ali, si porta sulla sommità della mano, poi si accuccia di nuovo quasi si sentisse nel nido.
Ecco, mi dico, ora se non trovi una soluzione efficace, per aiutare il pulcino, ci rimarrai male per parecchio e vorresti non  averlo mai incontrato. Una piccola folla di passanti si è radunata e osserva con curiosità la scena, suggerimenti, dubbi. Improvviso un movimento, un pigolio, non so perchè ma istintivamente alzo la mano verso il cielo, e la piccola rondine fra la sorpresa di tutti con un ultimo trillo spiega le ali ed in modo ancora insicuro prende il volo verso l’alto, verso il nido. Oggi mi sento felice, ho tenuto nelle mani una rondine.

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Lug 9, 2007 - racconti brevi    1 Comment

Alla locanda del buon consiglio

c09d46805fba86d0a37c6609c5d06323.jpg La si incontra sulla strada che porta al valico, una strada in terra battuta tutta buche e sassi che sale in continui tornanti in una stretta valle tappezzata di pinete dalle quali fuoriescono, come rinsecchite dita di una mano arcigna le cime innevate dei monti. La trovi là, dove la strada inizia a spianare, dietro l’ultimo tornante, dopo ore di cammino e quasi allo sfinimento per la fatica, si perché a quel luogo ci si può salire solo a piedi, ti appare d’avanti agli occhi all’improvviso quasi come un  miraggio e tale ti pare proprio in verità, offuscata e distorna nell’immagine dalle gocce di sudore che copiose ti colano dalla fronte sulle sopraciglia sino a giungere agli occhi. Ed è proprio in quel punto che ti soffermi ad osservarla, appena dopo la curva, ti fermi, raddrizzi la schiena piegata dalla salita e dalla fatica, e con il fazzoletto ti pulisci del sudore la fronte e ti asciughi gli occhi per poi guardarla di nuovo e scoprire, con un sospiro di sollievo che non è un miraggio, che è vera ed è lì che ti aspetta. Costruita tutta in pietre, con il tetto in ardesia, grigia, ma da quel grigio escono dirompenti della macchie rosse, come fossero rose su una pietraia, le persiane delle piccole finestre verniciate di rosso e, dietro ai vetri, si possono scorgere le tendine bianche a quadretti rossi anch’esse e accanto, vicino a un paio di tavoli  ed ad alcune panche sempre in pietra, su di un piccolo pennone sventola la bandiera. L’impressione di essere giunti in un altro mondo è palese, la sensazione che quella casetta, quella valle, quei boschi di pini, quei monti così alteri e ancora coperti di neve possano appartenere solo ad un sogno ti permea ed era con questo spirito che camminando piano, quasi con imbarazzo, sentendoti ancora estraneo al luogo, ti avvicini all’ingresso di quella casetta, dove sulla porta capeggia un insegna di legno e dove si può leggere inciso ” Alla locanda del buon consiglio “.

La porta è stretta, formata da due grandi pilastri di pietra sormontati da un’altra pietra posta sopra in orizzontale a mo’ di architrave, è stretta ma non e bassa, eppure l’impressione è tale che tutti, anche i più piccoli entrando piegano il capo, forse in un inconsapevole inchino di rispetto verso il luogo del quale stanno per varcare la soglia. Dentro è ombreggiato e la differenza con la luce forte a cui si era sottoposti all’esterno costringe a strizzare gli occhi più volte per adattarli all’ambiente e lì tutto è legno il bancone del bar, il pavimento, i grossi tronchi che ai lati fungono anche da colonne portanti, le panche, i grandi tavoli scuri in legno massello su cui cappeggiano la tovaglie anche queste a quadretti bianchi e rossi come le tendine alle finestre. Solo il grande camino acceso, sulla parete di fondo e dove fuma un immenso paiolo carico di polenta, richiama la costruzione in pietra dell’esterno. Attorno ai vari tavoli sono sedute alcune compagnie, non c’è molta gente oggi, è un giorno feriale, tutta gente non più giovane e con ogni probabilità abitanti di uno dei due paesini che si incontrano ai lati del valico,  montanari e contadini che vivono di quanto la terra di questi luoghi può dare, anche la bellezza ha i suoi difetti, è avara ed il poter fruire di certi luoghi ha il suo prezzo, la fatica. Hanno i volti cotti dal sole, i tratti del viso duri, marcati, che paiono scavati nel legno, ma non c’è durezza in quelle espressioni, c’è fatica, stanchezza, c’è quella pazienza che la terra ti insegna ad avere se vuoi godere dei suoi frutti, e negli sguardi la comprensione per la fatica degli altri, nel sorriso tutto l’amore che ancora sono in grado di dare, offerto così, senza nulla chiedere in cambio, con un gesto della mano, un leggero alzarsi del bicchiere, un saluto al tuo arrivo, un silenzioso omaggio a te e alla fatica che ti è costato per raggiungere quel luogo. Sono lì perché è stagione di funghi, e perché loro vivono anche di questo, hanno i loro canestri pieni di porcini bruni di pineta, di quelli più chiari, i fioroni,  raccolti all’inizio della valle e di gallinacci o perseghit, come chiamano da queste parti i finferli, sono contenti del raccolto e sorridono, domani le loro donne o i loro figli, saranno al mercato, o lungo le strade che giù sotto attraversano la valle a vendere i frutti delle loro fatiche, perché loro saranno ancora li, nel bosco che sale ripido verso le cime intenti alla cerca e alla raccolta di quanto la natura di quel posto ha voluto generosamente donare. Ci sediamo in un tavolo d’angolo, anche noi vogliamo mangiare qualche cosa, e subito la padrona ci si avvicina, non esiste una carta, un menù, con voce cantilenante, pacata e dolce, ci illustra quanto ci sia di disponibile, salame nostrano, bresaola, polenta e formaggio, polenta e funghi, polenta e stufato, sì, da queste parti la polenta la fa da padrona. Chiediamo se non sia possibile avere la polenta con un po di tutto, ci sorride e dice di si che non c’è problama e da bere? Vino rosso sfuso e…………gazzosa, si quello che da queste parti chiamano la ciciarada, la chiaccherata, perché d’avanti ad un bicchiere, si passano delle ore a parlare, a ridere e a raccontarsi, senza il rischio di esagerare nel bere, perché il vino, pur esendo corposo, non ha un alta gradazione alcolica e la gazzosa ne riduce gli effetti,  anche perché poi, c’è ancora da scendere sulle proprie gambe. Veniamo serviti, la brocca in coccio del vino, la bottiglia di gazzosa, i bicchieri sono quelli in vetro pesante che riempiono interamente la mano, a sei facce e svasati verso l’alto, grezzi, poi arriva lei la regina di questi luoghi, la polenta, servita in ampi piatti di portata, una parte già mischiata a formaggio e burro, la polenta taragna, l’altra nuda ma accompagnata a fianco da abbondanti mestoli di funghi trifolati e stufato e vi assicuro che allora lì, in quel luogo, il paradiso non è poi così lontano. Affondiamo le forchette nel piatto e, in religioso silenzio assaporiamo quanto ci è stato servito, e forse a causa della fatica, della fame, del luogo, nulla ci era mai parso così buono, e decidiamo che un pasto così debba merirate anche un degno finale, una fetta di crostata e un bicchierino di grappa entrambi al mirtillo sono il suggello al nostro pasto e meritata ricompensa alle nostre fatiche. Poi un breve sonnellino al sole naturalmente, all’ombra non sarebbe possibile, prima di riprendere la via della valle e raggiungere il paesino dove abbiamo lasciato l’auto parcheggiata e giunti a valle ci riproponiamo di tornare in quel luogo e siamo certi che lo rifaremo e ricordiamo anche di esserci dimenticati di chiedere alla locandiera quale fosse il buon consiglio rendendoci  conto nello stesso istante come non ne sia più il caso.

 

                                                                                            

 

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Lug 4, 2007 - racconti brevi    2 Comments

Andiamo a fare uin giro?

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La voce di mia moglie mi raggiunge, mentre sono al bagno a farmi la barba, alle 2 del pomeriggio? Beh sì, sono o non sono pensionato? Si può fare, rispondo,  ma dove,  non mi va di prendere la macchina. No repplica lei niente macchina, scendiamo in paese, prendiamo il battello e raggiungiamo Bellagio, ci fermiano a bere qualche cosa poi  torniamo.Guardo fuori dalla finestra, la giornata è stupenda, una giornata da foto mi dico, l’idea mi estusiasma. D’accordo rispondo mi preparo e andiamo. Prendo il mio giocattolino, controllo che tutto sia in ordine, la scheda di memoria è inserita, la serie precedente di foto scaricata al computer, memoria libera dunque. Partiamo, già sulla strada per arrivare all’imbarcadero i click sono stati numerosi, si prosegue a scattare anche sul battello affollatissimo, e giunti a Bellagio la frenesia sì scatena, sembra un paese creato apposta per essere fotografato, vetrine di negozi, terrazze di ristoranti, vicoli ,scalinate, particolari…..click, click, click, con la digitale è così, ti toglie l’inibizione dell’errore nello scatto, tanto poi al massimo si cestina, click click cl……., buio, mi sono scordato di mettere la batteria in carica. Mi sento come un cane bastonato, perso e stupido, mia moglie mi guarda di sottecchi, vorrebbe dirmi qualche cosa ma preferisce tacere temendo una mia reazione scomposta, una giornata così dovrò aspettarla a lungo e forse allora avrò altre cose da fare temo; mortificato, ripongo la fotocamera nella custodia e mi reco in un bar, mi siedo ad un tavolino ordino una birra in attesa del battello che più tardi mi ricondurrà a casa. Comunque penso un po’ di foto le ho fatte e già mi prende la smania di rientrare per poterle scaricare al computer ed osservarle, dopo avere ricaricato la batteria naturalmente.                             

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Giu 29, 2007 - racconti brevi    3 Comments

Mme Blanche

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…. credo proprio che non amasse la confusione, i toni accesi e il ridere gogliardicamente. Oh,  Madame Blanche era proprio una gran dama, la classe era innata. Ogni suo gesto era una carezza, parlava sottovoce e sembrava non respirasse tanto la delicatezza del suo vivere fosse così educato. Madame Blanche, la adoravano tutti, aveva un carisma particolare attirava a sè attenzione senza desiderarla. Vestiva sempre di chiaro, colori tenui e la sua casa era elegantemente rigorosa, i fronzoli, amava citare, appartengono a chi ha bisogno di nascondere la propria povertà di spirito e vuol solo apparire. Madame Blanche, tutti la ricordano e tutti la rimpiangono, le sue tazze da tea erano di fine porcellana bianca, offriva sempre biscotti alla mandorla. Madame Blanche adorava le sue ragazze, le vestiva, le insegnava l’educazione e le faceva diventare delle gran dame. Il suo non era un bordello, come si usava a quei tempi, ma un salotto dove il discorrere era piacevole quanto un’ora trascorsa con una ragazza. Madame Blanche, non c’è più, se ne è andata e le ragazze hanno pianto, gli uomini hanno pianto, tutti hanno pianto. Sono rimaste le sue tazze da tea, nessuno lo ha più offerto da allora, gli uomini ora fanno l’amore senza una parola, sbrigativi e le ragazze non sono dame, ma solo puttane ….

Les ….

                                                         lesartists

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