Set 4, 2015 - poesie    No Comments

Senza capo ne coda

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Pensieri senza capo
parole senza coda
intrecciate su fogli di carta
o scritte coi suoni nell’aria
si perdono disperse nel vento,
coperte da polvere grigia,
su carta su reggono a stento.
Messe lì, tutte in fila, corrose
han perso di senno
non hanno valore,
son solo parole,
parole, parole.
Strade diritte, strade scontrose,
strade che vanno
dove la gente vuole,
disseminate di passi,
di giri di ruote.
Nastri d’asfalto,
bagnati dall’acqua o cotti dal sole,
misurano lenti o veloci le ore
dell’uomo che passa,
che vive la vita
ormai su una strada infinita.
Che sale le scale,
che apre le porte
sospinto dall’ansia,
dall’acre sapore
di vita che fugge,
sottile, già intende
l’amaro sentore di morte.
Serpenti senza coda,
uomini senza capo,
saremo presto
i resti di un passato.

Ago 20, 2015 - poesie    No Comments

Percorrendo un sentiero

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Percorrendo un sentiero tortuoso

che portava lontano dal senno

ho incontrato per caso una musa

che, senza usare parole sontuose

ma soltanto con gioia e con risa

mi ha indicato una strada diversa.

Sorridendo mi ha fatto capire

che soltanto passando dal cuore

e scordando ogni tanto il cervello

è possibile ancora, parlare d’amore.

 

Ago 7, 2015 - poesie    No Comments

Del tempo e delle tasse

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Piove! Governo ladro!

Mormorava pagando le tasse.

Ma se fuori c’è il sole!

Obiettarono tutti.

Non fa niente,

rispose, fra un sospiro

ed un colpo di tosse,

il governo,

è ladro ugualmente.

Frammenti (ignoranza)

italiani

 

 

Frammenti di cielo

nelle nostre lacrime.

Coriandoli di dolore

nel nostro carnevalesco

rimorso.

Aliti di vento

sospiri,

se e ma

tardivamente giunti.

Curvi negli ultimi anni,

dei nostri errori

il peso,

della nostra ignoranza

la colpa.

Mag 15, 2015 - genesi e nemesi, poesie    No Comments

Vita

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Mutevole al vento

come autunnale foglia

che il ramo natio

riveste e poi spoglia.

Mutevole vita

irriverente foglia,

incerta stagione,

la farsa ed il dramma,

la calma e il monsone,

il ghiaccio, la fiamma,

l’odio e l’amore,

il giorno e la notte,

la gioia, il dolore.

Emozioni contratte

tutte dentro a un sospiro

in un soffio di vento,

dentro un piccolo giro

di attese e di sguardi.

Il tempo di capire

e ti accorgi che è tardi,

già ti tocca partire.

 

I ragazzi della via Palestro – La banda del gufo

I ragazzi della

 

 

La banda del Gufo.

 

Antefatto.

La Banda del Gufo, chi non aveva sentito parlare della Banda del Gufo? Tutti nei quartieri di periferia ne narravano le gesta. Erano forti, si diceva, organizzati, imbattibili. Dove arrivavano tutto passava sotto il loro dominio, così si diceva. Erano la leggenda periferica di quei tempi, anche i ragazzini di Via Palestro ne avevano sentito parlare, raccontare le gesta, ma non li avevano mai visti.

 

 

Questa è una vicenda che accadde, anni dopo, diciamo al centro o più verso la fine della storia di quei ragazzi di Via Palestro. Alcuni di loro erano cresciuti, avevano abbandonato la banda, non per propria volontà ma per una questione di tempi e di anni, avevano iniziato a lavorare ed erano passati dalla parte dei… grandi. I più piccoli erano cresciuti ed ora erano diventati il nucleo del gruppo al quale si erano aggiunti i nuovi che avevano raggiunto l’età per poter partecipare senza troppi rischi alle imprese di quei ragazzini.

Era un giorno di fine agosto, a breve sarebbero ricominciate le scuole e il momento era atteso con uno stato d’animo contrastante, la delusione per una fine considerata prematura delle vacanze estive e il desiderio di incontrare i compagni di classe ai quali poter raccontare le avventure delle trascorse vacanze. La giornata era soleggiata ed ancora calda e un gruppo di ragazzini, Emilio, Mirko, Claudio, Sergio e Giuseppino, cosi chiamato per distinguerlo dall’altro Giuseppe, non perché più piccolo, cosa molto difficile considerando le notevoli dimensione per l’età, ma solo perché più giovane, si accingevano, sulla Marogna, (una piccola collinetta poco distante dalle loro abitazioni, chiamata così per via del materiale marrone rossiccio di cui era composta. Una vecchia discarica di carbone bruciato dalle fabbriche della zona e depositato poi in quel luogo ormai da tempo e ora coperto da erba, cespugli e frasche che ne avevano colonizzato l’ambiente) alla costruzione di un circuito per poi giocarci alle gare con le bilie. Erano tutti presi nel loro lavoro scavando solchi, costruendo gallerie, salitelle e discese quando udirono un rumore lontano che si stava avvicinando. Si fermarono, alzarono lo sguardo, si fissarono, un tamburo, sì, il suono che stavano ascoltando e che si avvicinava velocemente nella loro direzione era decisamente il suono di un tamburo. La cosa risultava essere parecchio insolita, in effetti le sole volte che avevano udito quel suono era stato in occasione delle manifestazioni cittadine, in centro, con sbandieratori e majorette; ma chi avrebbe mai potuto pensare di sentire rullare un tamburo per le strade di periferia, in un giorno feriale poi? Abbandonarono quello che stavano facendo e si alzarono guardandosi attorno e così li videro e restarono ad osservarli con la faccia sorpresa e la bocca spalancata, mentre questi si avvicinavano. Erano una dozzina di ragazzini più o meno della stessa età venivano dal nord, cioè dal centro città, ma a sorprenderli non era questo fatto, ma come si presentavano. Venivano avanti in fila ordinati, inquadrati come le reclute che vedevano fare le esercitazioni su in piazza d’armi, disposti in doppia fila, marciavano al passo, in prima fila quello che suonava il tamburo che loro avevano inteso, a lato il portabandiera che reggeva una lunga asta sulla quale sventolava un bianco drappo di raso sopra al quale era cucita, in colori sgargianti, l’effige di un gufo. In testa quello che doveva essere il capo che impartiva ordini segnando il passo e indicando la direzione. Vestivano tutti allo stesso modo, camicie bianche, calzoncini corti (ma non come quelli che indossavano loro che a malapena arrivavamo due o tre dita sotto l’inguine, non per una questione di moda o di esibizionismo, ma solo per carenza di stoffa), all’inglese, di colore blu al ginocchio, e tutti portavano alla spalla, a guisa di fucile o di lancia una lunga asta di legno, tranne che per il capo che portava agganciata alla cintura quella che avrebbe potuto definirsi nelle intenzioni una sciabola. Continuarono ad osservarli ora curiosi di capire chi fossero e cosa volessero, mentre questi sempre al passo procedevano nella loro direzione, per arrivare a fermarsi proprio davanti a loro. Qui su ordine del capo si fermarono, fecero fronte a loro posarono le aste di legno a terra protendendole davanti a loro a braccio teso in atteggiamento aggressivo. Il capo a questo punto si rivolse al gruppo di ragazzini che immobili, osservavano la scena sempre più stupiti
“Siamo La Banda del Gufo e prendiamo possesso di questo territorio ”
Emilio fu a prendere la parola e a nome dei ragazzini rispose:
“No guarda che qui ci siamo noi, ci siamo da sempre è il nostro campo di giochi.”
Imperturbabile l’altro si erse, per quanto potesse erigersi, in tutta la sua statura, posando ostentatamente la mano su quella che doveva essere l’elsa della sciabola, proseguì:
“Noi vi abbiamo conquistato, sarete i nostri sudditi”
I ragazzini si guardarono l’un l’altro indecisi se arrabbiarsi o se scoppiare in una risata. Claudio che si trovava più vicino al capo di quel gruppo e che sembrava il più stupito di tutti tanto da tenere ancora fra le mani una grossa pietra che intendeva posizionare sui bordi del circuito, le alzò contemporaneamente al cielo quasi in un gesto di disperazione e cosi facendo mollo la pietra imprimendogli una leggera traiettoria quanto bastava per mandarla a cadere giusto giusto su di un piede del comandante di quella brigata. Un urlo lacerò l’aria mentre il comandante persa la sua aria altera prese a saltellare per il prato su di un piede solo in precario equilibrio cercando di tenere il piede colpito con le mani.
“Lo hai fatto apposta” urlava fra un gemito e l’altro “Lo hai fatto apposta”
prendendo poi a zoppicare goffamente attorno al suo gruppo sempre schierato e in attesa di ordini. Il gruppo dei ragazzini tratteneva a stento le risate e restava in attesa degli eventi.
“Scusa, scusa, mi è sfuggita di mano” stava intanto dicendo Claudio all’altro, mostrando un espressione contrita “Non l’ho fatto apposta””Non ti credo” urlò lui di rimando trattenendo a stento le lacrime più per l’orgoglio ferito che per il dolore o per entrambi, “Lo hai fatto apposta”
A questo punto Claudio allargando le braccia in un gesto di rassegnazione rispose:
“Beh sì, ora che mi ci fai pensare sì”
e scoppiò finalmente in quella risata al lungo trattenuta seguito da tutta la combriccola. La rabbia prese il sopravvento, rosso in faccia il capo  prese a urlare ordini ai suoi, assumendo l’atteggiamento di un commandante che va alla guarra:
“Uomini, in posizione”
Quelli della banda si disposero a semicerchio brandendo le aste in avanti:
“All’attacco”
Ecco quella fu la parola che non avrebbe mai dovuto pronunciare non sapendo con chi avesse avuto a che fare. Di certo non poteva sapere che quello sparuto gruppo di ragazzini dall’apparenza dimessa e mal assortita, fosse decisamente ben attrezzato proprio per quel tipo di situazioni, non poteva sapere che ogni ragazzino di quel gruppo così male assortito portasse nella tasca posteriore dei calzoncini una fionda perfettamente efficiente e che fosse abilissimo nell’uso. Non poteva sapere che le tasche anteriori invece fossero stracolme di bilie di gesso per giocarci nei circuiti ma che all’occasione diventavano degli ottimi proiettili per le fionde. No questo non lo poteva sapere.

Così mentre ragazzi della Banda del Gufo caricavano con le aste spianate i cinque della via Palestro schizzarono contemporaneamente in cinque direzioni diverse quasi volessero darsi alla fuga suscitando urla di vittoria negli inseguitori,  ma dopo pochi passi si fermarono e si girano brandendo immediatamente la fionda carica e pronta all’uso fecero partire la prima scarica di colpi. Gli assalitori non capirono subito quello che stava accadendo, ma i primi della fila non tardarono ad accorgersene a loro spese, mollarono le aste e urlando, presero a massaggiarsi le gambe all’altezza delle cosce dove le bilie avevano impresso il loro marchio. Stessa sorte toccò a quelli che li seguivano. La battaglia durò meno di cinque minuti, nessuno di quel gruppo fu tanto coraggioso si rischiare una seconda sassaiola e si diedero alla fuga mollando armi e bagagli. I ragazzini li guadarono fuggire  piegandosi in due dalle risate, non li inseguirono e si limitarono a raccogliere il bottino lasciato sul campo, le aste e la bandiera, mentre procedeva nella raccolta, Mirco commentò, “Non hanno mollato il tamburo, peccato, mi sarebbe piaciuto averne uno”. Poi tornarono alla costruzione del circuito.

La storia venne raccontata, se ne parlò in tutti i quartieri di periferia, era nata la Nuova Banda del Gufo, ma loro non lo sapevano  e non sapevano che il fatto gli avrebbe portato dei guai, che le bande di altri quartieri sarebbero venuti apposta per sfidarli. Ma queste, sono altre storie.

 

 

 

 

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