I ragazzi della Via Palestro

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Cape Pessina

 

Parte seconda – Il Lancio

 

 

 

L’idea del razzo non andò persa col sonno della notte e già subito al mattino i primi che si ritrovarono nell’ampio cortile racchiuso fra i caseggiati cominciarono a porre le basi per quello che sarebbe stato l’avvenimento dell’anno. L’Aldo presente quella mattina, fu messo al corrente dell’idea e ne fu entusiasta, solo che, si convenne, per mandare in aria qualche cosa di più pesante di un barattolo sarebbe occorso molto più carburo che i soliti pochi grammi trafugati in officina. Così l’Aldo si ripromise di offrirsi volontario, il mattino successivo, per andare a ritirare presso il rivenditore il quantitativo occorrente per l’officina, ne avrebbe preso in più, sottraendolo poi per l’esperimento. Intanto si cominciò a valutare quello che avrebbe potuto essere l’aspetto del razzo. Loro non possedevano l’attrezzatura necessaria per costruirne uno come quello visto il giorno precedente in possesso alla scolaresca e poi visto il risultato, di certo non ne sarebbe valsa la pena, decisero così di ricorrere ad un manufatto già confezionato e si diedero da fare per reperirlo in loco. Pietro, figlio dell’imbianchino che aveva la sua piccola bottega e deposito all’interno del cortile li condusse al ripostiglio del padre dove in un angolo erano accatastate, latte e lattine di vernice vuote di varie dimensioni. Ma nessuna sembrava soddisfare le esigenze del gruppo, troppo piccola, troppo larga, troppo fragile. Quelle che potevano interessare per le dimensioni considerate accettabili non erano di forma cilindrica ma cubica e quindi da scartare, non avrebbero mantenuto la direzione in volo.
Fu così che l’attenzione dei ragazzini fu attratta dal deposito dei barili di olio, presenti all’esterno dell’officina. Vuoti e già privati della parte superiore in quanto riutilizzati dai meccanici quali deposito di scarti e limature metalliche. Alti all’incirca un metro e del diametro di una sessantina di centimetri, dall’aspetto solido con quei cerchi di rinforzo lungo la circonferenza. I loro occhi si riempirono di cupidigia nell’osservarli, poi si volsero ancora una volta verso l’Aldo, che cominciava ad avere qualche dubbio sull’effettiva necessità di fare quell’esperimento pensando che sarebbe stato poi considerato il maggiore responsabile dell’accaduto nel caso nefasto che le cose avessero preso una brutta piega, come infatti accadde. Con un sorriso a tutto campo e con l’indice teso nella direzione di un bidone ancora vuoto ed inutilizzato “Quello” esclamarono quasi all’unisono e l’Aldo non ebbe il coraggio di tirarsi indietro. Occorreva, si dissero, anche un materiale isolante che avrebbe impedito all’acqua di disperdersi nel terreno, considerando le che dimensioni del “razzo” erano di gran lunga superiori a quello del solito barattolo, sarebbe occorso molta più acqua e più tempo che non pochi secondi per consentire al gas di svilupparsi. Decisero allora di ricorrere a della carta catramata, disponibile presso il magazzino dell’imbianchino, il nylon a quei tempi risultava essere ancora sconosciuto.
Ora occorreva predisporre la base di lancio, di certo non si sarebbe potuto utilizzare la piazza d’armi, distava dalle abitazioni più di duecento metri e sarebbe stato impensabile credere di poter percorrere quel tratto di strada con bidone e carburo al seguito senza dare nell’occhio e suscitare la curiosità dei grandi che avrebbero potuto porre fine all’esperimento. Così, considerando che il loro cortile, lungo una sessantina di metri e largo trenta, chiuso su due lati da caseggiati di 5 piani e sugli altri da alte mura sotto le quali stavano, oltre al lavatoio, piccoli magazzini di artigiani, lontano da occhi indiscreti, poteva essere il luogo più adatto per poter effettuare il lancio il giorno successivo. Le case Pessina vennero così rinominate “Cape Pessina.”
La giornata giunse così al suo epilogo, nell’attesa spasmodica del giorno successivo, senza che il gruppo riuscisse a combinare nulla, vista l’attenzione prestata al progetto, non si riusciva a parlare d’altro, si facevano ipotesi, si sperava che il barile si sollevasse da terra per più che pochi metri. Non si voleva ripetere il fallimento visto il giorno prima, certo, gli altri non erano presenti, non avrebbero potuto a loro volta deriderli, ma era una questione di orgoglio, loro, il razzo lo avrebbero fatto volare. Non sapevano di quanto, per loro sfortuna, la realtà avrebbe superato la loro immaginazione. Così la giornata giunse alla fine senza che accadesse null’altro e solo a sera inoltrata alcune piccole ombre si mossero circospette nel buio del cortile dirigendosi verso l’officina per impossessarsi del barile e per farlo poi lentamente rotolare sino al lavatoio per nasconderlo dietro all’angolo di un muro.
Giunse così il fatidico giorno, trascorsa la mattina negli ultimi febbrili preparativi. Individuato il punto da cui il razzo avrebbe dovuto essere lanciato, più o meno equidistante dalle costruzioni, si era già provveduto a scavare una buca profonda una trentina di centimetri e larga altrettanto e la si era rivestita con la carta catramata, poi tutti a pranzo, il “lancio” era stato programmato per le prime ore del pomeriggio. Giunsero uno alla volta alla spicciolata, primo naturalmente il Sergio, padre putativo dell’esperimento, poi via via tutti gli altri. L’Aldo arrivò portando dentro un sacchetto di carta quasi un chilo di carburo, una cosa impressionante, l’odore che sprigionava faceva pizzicare il naso a tutti. Il barile che nel frattempo era stato forato al centro della sua superficie, mimetizzato dal nugolo di ragazzini venne portato verso la rampa di lancio, dove ad attenderlo c’era già il carburo posizionato nella buca ed un secchio, prelevato dal lavatoio, colmo d’acqua.
Tutto era pronto. L’acqua venne versata nella buca a coprire il carburo e subito sopra fu posizionato il barile, Sergio a cui, quale ideatore, era toccato l’onore di effettuare il lancio, pose il dito indice a coprire il foro sul barile e cominciò l’attera. Passati alcuni minuti, non molti per la verità, ma all’apparenza un eternità a causa della tensione, alcuni cominciarono a vociare ed ad incitare. “ Dai è ora, lascia e accendi. Dai” , Ennio auto promossosi speaker ed imitando quanto aveva visto fare agli altri ragazzi giorni prima, iniziò il conto alla rovescia: “ Dieci, nove, otto, ………..tre, due, uno” Sergio tolse il dito dal foro, avvicino il fiammifero eeeeeeeeeee “ploffff” il barile si sollevò di qualche centimetro, traballò su se stesso per poi ricadere nella posizione di partenza. Sul volto dei ragazzini la delusione era visibile, non erano meglio di quelli che alcuni giorni prima avevano deriso. Fu Aldo a ridare a tutti una speranza, più esperto in materia suggerì l’idea che il tempo per sviluppare gas necessario alla spinta, visto le dimensioni del barile ed il quantitativo di carburo, non fosse stato sufficiente, che ne occorresse molto di più e suggerì di coprire il foro con uno straccio ed una pietra, per impedire al gas di disperdersi e di aspettare più tempo. Così fu fatto. Nell’attesa si dedicarono tutti ad altre attività, più grandicelli seduti all’ombra a poca distanza dal barile iniziarono a giocare a carte, a “strop” un gioco in voga allora mettendo sul piatto delle puntate banconote da una o due lire, rimediate dal ferrivecchi con la vendita di rottami di metallo raccolti in giro ed i più piccoli ai “gnoli” altro gioco praticato a quei tempi con biglie di terracotta. Così tutti presi dalle nuove attività, stranamente dimenticarono il barile, che come un monumento attendeva al centro del cortile che qualcuno si ricordasse delle sua esistenza. A richiamare l’attenzione di tutti sul fatto fu involontariamente la mamma del Walter che affacciatasi al balcone si mise ad urlare “ Walter! Walter! A casa è l’ora della merenda.”, e se era l’ora della merenda per Walter voleva dire che era l’ora delle merenda per tutti, anche se alcuni avrebbero solo fatto finte di rientrare, certi che loro, la merenda, non l’avrebbero trovata, ma questo non si doveva sapere. Poi a determinare gli accadimenti successivi fu il Sergio, uno di quelli che non avrebbe trovato la merenda, che ricordandosi del barile in attesa, richiamò gli altri : “Aspettate – disse – vediamo prima se ora parte” I ragazzini, molti dei quali erano già giunti nei pressi dell’ingresso ai caseggiati, fecero dietro front e tutti quanti si assieparono attorno al barile. Non ci fu conto alla rovescia. Sergio prese un fiammifero lo accese, tolse la pietra e lo straccio dal coperchio del barile avvicinò il fiammifero e, fu la fine del mondo.
Un boato assordante riempì l’aria, in un susseguirsi di echi e di altri rumori che andavano sommandosi, quelli dei vetri delle prime due file di piani dei caseggiati che per lo spostamento d’aria andavano in frantumi, poi si seppe che anche alcune pareti divisorie di un paio di appartamenti siti al primo piano si erano danneggiate a causa del violento scoppio e dallo sbattere delle porte che a causa del caldo erano state lasciate aperte. La base del barile si frantumò in decine e decine di pezzi che schizzarono come schegge impazzite, per fortuna di quel gruppo di incoscienti, verso l’alto. La parte superiore del barile si innalzò diritta verso il cielo sino a scomparire alla vista. Non si seppe mai quale altezza avesse raggiunto, ma certamente alcune centinaia di metri, ne fu mai ritrovata, anche perché dopo l’accaduto, nessuno si diede la pena di cercarla. Difficile dare un esatto ordine cronologico al susseguirsi dei fatti, dopo il boato dell’esplosione, difficile ricordare l’esatto susseguirsi degli accadimenti. Giuseppe, il futuro seminarista; ma anche l’inventore dello specchio spia, quello che legato ad una cordicella ed abilmente manovrato con sapienti ondeggiamenti consentita di svelare i segreti celati al di sotto delle gonne delle ragazze; saltellava in tondo per il cortile ricoperto da strati di fango schizzati dalla buca al momento dell’esplosione urlando. “Mi hanno ucciso, mi hanno ucciso, sono un martire”. Nonno Lissi, il più anziano residente del caseggiato con i suoi ottant’anni suonati, un record per l’epoca, affacciato al balcone del terzo piano dal quale aveva seguito gli accadimenti, incurante del fatto che un pezzo di lamiera lo avesse sfiorato alla testa per andare a conficcarsi nella tenda soprastante, rideva ad applaudiva felice come un bambino. Gli altri ancora frastornati dall’accaduto rimasero lì indecisi se guardare in aria per seguire le tracce del coperchio del barile che si innalzava, o verso le finestre delle proprie abitazioni certi di vedere apparire le facce stravolte di genitori a minacciare le logiche conseguenze. Il padre dell’Aldo, affacciatosi alla porta dell’officina all’udire il boato e che resosi immediatamente conto dell’accaduto si era diretto a passi veloci verso il figlio, ancora con lo sguardo volto al cielo, per condurlo a calci nel sedere, reali e non metaforici, dal centro del cortile sino all’abitazione, sita al secondo piano di uno dei due caseggiati, sbraitando che per un mese non sarebbe più uscito di casa. Sorte che poi toccò a molti degli altri presenti anche se meno cruenta, solo scapaccioni. I più fortunati furono quelli che avevano entrambi i genitori occupati altrove al lavoro, avrebbero avuto il tempo per pensare a scuse e spiegazioni nella speranza di rendere meno dolorosa la conseguente punizione. I giorni seguenti fu un susseguirsi di attività frenetiche, sì perché per punizione al gruppo di ragazzini fu chiesto di riparare ai danni causati e visto l’entità degli stessi, non rimase loro che dedicarsi attivamente al recupero di materiali ferrosi di scarto, rovistando anche nelle proprie cantine e solai da poter vendere per poter racimolare la cifra necessaria ad acquistare vetri stucco e vernice e provvedere così in proprio alla riparazione di tutte le finestre danneggiate, mica potevano permettersi di ricorrere ad un vetraio. Così incidentalmente avevano trovato il modo per riempire parte del lungo, lungo tempo delle loro vacanze estive.

 

 

 

 

I ragazzi della Via Palestroultima modifica: 2009-06-06T13:29:00+00:00da refusi
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