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Giu 24, 2007 - racconti brevi    No Comments

L’uomo sandwich

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Rarissimo da incontrare alle nostre latitudini, ormai quasi scomparso anche nel luogo di origine, ne ho ancora presente le immagini, no, non perché ne abbia mai incontrato uno personalmente, ma perché visto all’interno di documentari o film d’epoca. Solo la testa i piedi e qualche volta le mani spuntavano dai cartelloni pubblicitari che lo avvolgevano completamente rendendolo simile alle carte animate di Alice nel paese delle meraviglie di Carrol realizzato dalla Disney. Triste vederlo camminare per interi isolati, con quei cartelloni addosso che pubblicizzavano di tutto, per poter racimolare nel corso della giornata qualche centesimo che gli consentisse di mangiare almeno una volta al giorno, triste e buffo.
Mi chiedo se esistano ancora e mi vedo costretto a rispondere che sì, esistono ancora, non sono più gli stessi sono cambiati in modo totale, irriconoscibili per chi in loro ricerchi le vecchie caratteristiche, per chi pensa di vedere ancora quella piccola testa dall’espressione affaticata spuntare dell’interno dei due cartelloni pubblicitari, facili da osservare per chi ne conosce le nuove caratteristiche.
Indossano giacche che piegano all’interno e che poi appoggiano ostentatamente sulla spalliera della sedia accanto, dandole qualche colpetto, non per riassettarla, certo che no, solo perché i presenti possano notare l’etichetta posta all’interno sopra la tasca, ARMADI, LERSACE, ecc.., sospirano poi profondamente portando con affettazione la spalla sinistra leggermente in avanti, mostrando il logo cucito sulla polo rigorosamente di piquet, LARIVA, PONTE DI FIRENZE, ecc…
Sedendosi accavallano con noncuranza le gambe sollevando il piede all’altezza degli occhi del vicino dove si pavoneggia un mocassino color cuoio L’OGAN, BOTS ecc…,. Si accarezzano con fare distratto i capelli, se li hanno ancora, o si passano in modo indifferente la mano sulla pelata abbronzata e tirata a lucido togliendosi poi, con ampio gesto della mano, gli occhiali da sole, molte volte orribilmente a specchio per mostrarne l’appartenenza ROBAN, PIRSOL, ecc…., sorbiscono il caffè, col mignolo alzato, pagano il conto in modo misurato, contando i centesimi uno per uno, poi osservano con distacco l’orologio sollevando il braccio all’altezza degli occhi quasi fossero disturbati da un inopportuno riflesso, per controllare l’ora sul rilucente LOREX PAITONA, d’obbligo, (il più delle volte di provenienza cinese o partenopea) . Poi si alzano infilando i pollici all’interno dei pantaloni e percorrendo tutto il giro vita per sottolineare la presenza della cintura in pelle di lucertola e l’etichetta che fa bella mostra di sé sul retro dei jeans, JERRY, GASOLINE, ecc…, se potessero si abbasserebbero persino la cerniera dei pantaloni per mostrare a tutti la scritta che capeggia in bella mostra bianca su nero o viceversa, PISSONI, PLEIN, ECC.., e se non lo fanno non è per questione di morale o di decenza è solo perché non sono certi delle proprietà igieniche dell’indumento, sono assemblati, “ refusi abbigliati, abbigliato si dice “ , no loro sono assemblati così alla bel e meglio, senza arte ne parte, senza gusto, l‘imperativo è essere griffati, il resto non conta. La cosa buffa è che per tutta questa ostentata pubblicità, per la sceneggiata messa in atto non guadagnano una lira, op scusate un euro, anzi, spendono fior di quattrini, il tutto per mostrare agli altri che loro possono, che loro sono arrivati, che loro appartengono alla ristretta cerchia dei privilegiati, all’elite, buffo? No, mi correggo ridicolo.
L’uomo sandwich non mi fa più sorridere

refusi

Giu 24, 2007 - racconti brevi    1 Comment

I succhia ruote

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Viene subito da chiedersi, ma cos’è o chi è il succhia ruote? Bisogna innanzitutto precisare che il termine deriva da un comportamento……“sportivo“……. tenuto da alcuni atleti in particolar modo nel ciclismo, in questo specifico caso il succhia ruote è quello che si aggancia alla ruota del corridore in fuga e lo segue come un ombra, è quello che alle numerose richieste di collaborazione per ottenere il successo, risponde con smorfie, come a dire scusa mi spiace perdonami ma non ce la faccio, sto veramente male, a malapena riesco a seguirti …. “a starti a ruota”….. ma tu vai, vai, fin che posso ti seguo, salvo a rimanerti sempre incollato come un ombra, è quello che giunti poi nella prossimità del traguardo, con un gesto incurante rifila la spallata a chi lo ha condotto sino a lì e va a cogliere l’immeritato successo, e quello che poi intervistato dalla stampa troverà mille scuse , dirà che non lo ha fatto apposta che stava veramente male e che per questo non ha potuto collaborare, dirà che all’arrivo non si è accorto che il compagno di fuga aveva improvvisamente rallentato e che lui lo ha sorpassato inavvertitamente senza accorgersi, e che il merito non va a lui ma al compagno dirà…………
Ma nella vita esistono i succhia ruote? O si che esistono e sono tanti, sono quelli che non hanno nulla da dire ma che si accodano e urlano quelle cose che tu in precedenza avevi sussurrato per pudore a bassa voce facendosene merito, sono quelli che in autostrada nelle giornate di nebbia ti si piazzano a un metro dal cu_lo non ti mollano salvo poi chiederti immediatamente strada con gli abbaglianti appena la nebbia si dirada. Sono quelli che ti controllano nell’ufficio, che seguono le tue mosse osservano il tuo lavoro e quando tu stanco ti alzi per una pausa e per andare a prendere un caffè, immediatamente raggiungono la tua scrivania, danno una scorsa veloce alla tua relazione e si premurano di consegnarla subito e personalmente al dirigente di turno, giustificandosi poi, dopo averne preso il merito, dicendo di averlo fatto per l’interesse dell’azienda perché per quanto il progetto fosse valido, tu ….forse…. non avresti trovato il coraggio di presentarlo. Si sono quelli che in forum si vantano di essere superiori agli altri in quanto rifuggono dall’anonimato, perché loro nel forum hanno la loro faccia e il loro nome, si proprio perché non l’hanno fuori, perché fuori sono nulla sono fumo, sono……………succhia ruote

 

                                                                                                                             refusi

nessuna inerenza col blog solo un fatto personale scusate

Giu 20, 2007 - racconti brevi    3 Comments

Può un uomo immedesimarsi in una donna e scrivere una storia apparentemente vissuta? Proviamo…..

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Il riposo del guerriero – aggiornamento

Sdraiato supino sul letto, una mano sopra il cuscino l’altra sul petto, con le gambe divaricate, una leggermente piegata di lato, un ciuffo nero di capelli scomposto gli copre la fronte, dorme tranquillo e rilassato con l’espressione del bambino soddisfatto dopo la poppata quotidiana ed io sdraiata di lato, in quel poco spazio concessomi, appoggiata su un gomito lo osservo. Osservarlo così, mentre dorme con quel viso innocente, dovrebbe suscitare tenerezza, ma perché allora provo solo rabbia? Sì, frustrazione e rabbia. E’ rientrato dal lavoro a tarda sera e comunque solo una mezz’ora dopo il mio di rientro, sì, perché anch’io lavoro, si è tolto la giacca, le scarpe, la cravatta ed in pantofole si è seduto sulla poltrona, non prima di avere acceso il televisore ed avere preso il giornale. Mentre io, in cucina mi sto dando da fare come una cretina per preparare la cena. Poi lo chiamo, è pronto dai vieni, la risposta arriva, in ritardo, ma arriva, un attimo, devo finire di leggere una cosa, un attimo che arrivo, sì, quell’attimo dura cinque miniti. Poi arriva, uno sguardo alla tavola, l’espressione seccata di chi non vede ancora pronta la sua compagna preferita della cena, la bottiglia del vino, che da intenditore ama degustare lentamente. Apre la dispensa, osserva le bottiglie presenti ad una ad una, riguarda verso la tavola, poi opta per un rosso, prende la bottiglia la soppesa, la riguarda, poi con tutta tranquillità si accinge a stapparla, ne odora il tappo, un espressione soddisfatta, siede a tavola, versa un po’ di vino nel bicchiere, ne osserva la trasparenza del colore, lo agita lentamente, lo annusa, poi porta il bicchiere alle labbra, sorseggia, e mentre un aaahhh gli scivola fra le labbra un espressione beata gli si dipinge sul viso. Poi affonda la forchetta nel piatto, la porta alla bocca, una smorfia, la cena si è freddata, ma non dice nulla, ci mancherebbe, mastica svogliatamente e distrattamente tre o quattro forchettate, poi con un gesto allontana il piatto, scusa, dice, ma questa sera non ho molto appetito, sorseggia lentamente il suo bicchiere di vino, poi si alza e si dirige nuovamente verso la poltrona e si accomoda per guardare il telegiornale, lasciandomi lì, come una cretina, senza una parola, senza avermi neppure detto, un buon appetito prima ne un grazie dopo.
Finisco in solitaria la cena, sparecchio, riordino, poi vado a sedermi anch’io sul divano accanto, vorrei guardare un film alla tv ma non posso, è mercoledì e c’è la partita. Rassegnata mi alzo, decido di andare a letto per leggermi tranquillamente un buon libro, lo saluto ricevendo per risposta solo un vago cenno di manto, ed un brontolio riferito a non so quale decisione sbagliata dell’arbitro.
Più tardi lo sento arrivare, si alza dalla poltrona, spegne il televisore, va in bagno, ed infine arriva si getta sul letto di peso facendomi sobbalzare, per distrarmi dal libro e impormi la sua presenza, poi inizia ad allungare le mani, prima piano, piano, poi sempre più velocemente, mi libera dei pochi indumenti e mi è sopra, sento il suo fiato caldo sul collo, inizia ad ansimare più forte e in un attimo è gia tutto finito, senza una carezza, un bacio, senza la mia partecipazione, senza curarsi del fatto che io non mi sia quasi nemmeno resa conto di quanto stava accadendo, si rovescia di lato e si addormenta. Vorrei urlargli la mia rabbia, la mia frustrazione, la mia tristezza, vorrei chiedergli dove sia finito quel ragazzo che mi guardava negli occhi sorridendo, che mi stringeva forte fra le sue braccia, che mi poneva sempre al centro delle sua attenzioni e del suo mondo, sono bastati solo pochi anni eppure quei tempi sono già così lontani. Vorrei farlo ma so che non lo farò, anche questa volta, come le altre volte mi chiuderò nel mio silenzio, nella mia tristezza, perché so che se lo facessi si limiterebbe ad alzare le spalle, e ad uscire anche quell’unica sera alla settimana, come tutte le altre sere, e mi chiedo se forse non sia meglio.

                                                                        refusi
Dopo averlo scritto l’ho riletto e mi sono chiesto, se questa storia che ha preso spunto dal titolo di un romanzo di c. rochefort, possa rappresentare la realtà di una donna, e se sì, di quante?

 

Giu 9, 2007 - racconti brevi    1 Comment

Il trenino elettrco

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Quando ero piccolo, amavo molto il trenino elettrico, purtroppo le disponibilità della mia famiglia a quei tempi erano molto limitate, così il trenino mi veniva regalato a rate un pezzo per volta e solo a Natale. Il primo anno un vagone passeggeri, il secondo il il carrello porta carbone, forse perchè ero stato un po’ cattivo. Poi il vagone ristorante, il carro merci, la stazione, e via di seguito. Io nel frattempo me li guardavo, li tenevo nella mano, li cocccolavo come oggetti preziosi, li spolveravo e nel frattempo giocavo con uno scassatissimo trenino di latta  a molla che girava, ossessivo e monotono, sopra dei binarietti circolari di trenta centimetri di diametro.
L’ultimo regalo fu la locomotiva, modellino di un’antica motrice a vapore, nera con le decorasioni oro e rosse, bella, pesante, la tenevo in mano con orgoglio e soddisfazione. Avevo diciotto anni, ma il regalo di un pezzo di trenino nel giorno di Natale era diventata una tradizione. Ma e i binari?? I binari li acquistai io alcuni anni dopo, tornato dal servizio militare prima del Natale, e fatto un pacco del tutto lo regalai al mio primo nipotino. Lui finalmente ci avrebbe giocato.
                                                                                                                                                                                                          Refusi

 

Giu 6, 2007 - racconti brevi    No Comments

Il desiderio

 Lampada

Non era stato fortunato, non era bello e sin dalla nascita era gracilino, soggetto a malattie, e parecchio imbranato. Crescendo, purtroppo, le cose non erano migliorate anzi, la sua posizione sociale non era delle più invidiabili, era meno che mediocre, inoltre, per sua sfortuna, era dotato di una grandissima fantasia. Passava il suo tempo a sognare, immaginava di essere bello e ricco di viaggiare per il mondo amato dalle donne ed invidiato dagli uomini, intento a solcare gli oceani in

traversate solitarie o a scalare vette innevate di monti. Sognava di vincere al super enalotto per poter esaudire i suoi desideri, ma poi si rendeva conto che questo avrebbe risolto solo la parte economica; lui sarebbe sempre rimasto piccolo, brutto e imbranato, e così immaginava di poter cambiare anche il suo aspetto fisico, sognava di trovare il genio della lampada che avrebbe potuto realizzare i suoi desideri, e la sua immaginazione era così forte che finì per credere veramente che potesse esistere un genio della lampada in grado di esaudirlo.

Fu così che un giorno, mentre era preso da una delle sue tanta fantasie, gli apparve veramente il genio della lampada e la cosa non lo sorprese poi più di tanto, in fondo era quello che da tempo desiderava.

Si rivolse al genio e gli chiese “Genio puoi esaudire i miei desideri?” – “Certo – rispose il genio, però uno solo”, lui non stette a pensarci più di tanto, da troppo tempo fantasticava su quel momento, “Allora – disse – fammi diventare bello, ricco e famoso”.

Il genio lo guardò, sorrise e scosse la testa, “Mi spiace – rispose – ma questo è un desiderio che non posso esaudire, per farlo dovrei cambiare i ricordi di un’intera generazione e questo, non posso proprio farlo.

“Ma allora – sbotto lui – che cavolo di genio sei, che desiderio potrei esprimere per ottenere ciò che voglio?”

“Una soluzione ci sarebbe, – rispose il genio – anche se non è esattamente quello che hai richiesto”

“Spiegami, spiegami” rispose subito lui ringalluzzito dalla speranza, “Ecco, – disse allora il genio –

io potrei scambiarti con un altro, tu potresti chiedere di diventare un personaggio esistente, bello, ricco e famoso e lui prenderebbe il tuo posto”.

“Lo voglio, lo voglio, – si esaltò subito alla prospettiva – fammi pensare chi vorrei diventare,… ecco si. Vorrei essere il tale”.

“Ecco, – disse ancora il genio – sappi che però, perché lui possa prendere il suo posto, dovrà naturalmente scordare tutto il suo passato e così anche…….”

“Va bene, va bene, – fece lui impaziente – ma fallo, fallo subito!”

Non era stato fortunato, non era bello e sin dalla nascita….. 

                                                                                                                  refusi

Giu 6, 2007 - racconti brevi    No Comments

Pensione

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Finalmente in pensione, bè, non è che tu desiderassi proprio di andare in pensione in fondo ti consideravi ancora giovane e perfettamente in grado di continuare il tuo lavoro, ma la ditta per cui lavoravi decise di cessare l’attività, e tu, con più di cinquant’anni e trent’anni di esperienza nel settore, conosciuto e stimato nell’ambiente, invii centinaia di curriculum e fai altrettante telefonate, a qualcuno servirò pensi, qualcuno mi darà una mano…..

Si, la pensione. Fortunatamente hai raggiunto l’anzianità e quindi puoi  tranquillamente andare in pensione. Che bello pensi, da domani non dovrò più fare levataccie salire in macchina per recarmi in ufficio o percorrere centinaia o migliaia di chilometri in auto, treno o aereo, da domani potrò tranquillamente restarmene a casa a crogiolarmi nel letto, da domani avrò più tempo. Tempo per me, per i miei hobby, tempo…., e proprio mentre fai una passeggiata incontri un amico che subito ti apostrofa “Beato te che sei in pensione non devi preoccuparti più di niente e hai tutto il tempo che vuoi” –“Beh, in effetti e vero, posso farmi belle passeggiate, leggermi un buon li…..” Ma lui è già oltre, un cenno di mano per saluto ed è lontano, già, lui lavora, lui non ha tempo. Tempo….

Quando lavoravi non avevi tempo, dieci, dodici ore al giorno, quando stavi in ufficio, interi mesi con settimane senza sabati né domeniche quando eri in viaggio per fiere, mostre, presentazioni, visite a clienti importanti, alberghi, ristoranti, cene di rappresentanza. Proprio non ne avevi di tempo, e pensavi, quando andrò in pensione allora avrò tempo, tutto il tempo…..

Quando lavoravi di tempo n’avevi proprio poco, trascorrevi con la moglie la settimana bianca per Natale e capodanno; dieci, dodici giorni sulle dolomiti per ferragosto, e quei giorni passavano sempre troppo in fretta e così, subito dopo, via di nuovo a testa bassa nel lavoro. Nei fine settimana liberi gite alla ricerca di ristoranti, trattorie e baite ma questi spazi erano ancora più brevi, e pensavi, quando avrò più tempo, quando sarò in pensione tutto il tempo sarà mio, e potrò dedicarlo ai miei hobby, a mia moglie, andremo a nei luoghi che già conosciamo e che amiamo ed a visitare luoghi nuovi perché allora avremo tempo. Tempo….

Ora sei in pensione, e hai tutto il tempo che vuoi, tempo per fare passeggiate in paese, per leggere un buon libro o guardare la televisione o ancora fare passeggiate in paese, leggere un buon libro, guardare la televisione, tempo…….

Certo quando sei andato in pensione, ti anno dato anche la liquidazione, versando direttamente sul tuo conto, in banca, una cifretta interessante, e non avevi ancora deciso come utilizzare tale somma che già, il solerte bancario di turno ti telefonava informandoti sulle varie possibilità che ti si prospettavano per impiegare in modo produttivo il tuo capitale, Cirio, Parmalat,  Seat pagine gialle, varie soluzioni, due, tre e quattro. Che bravo pensasti, vuole fare i miei interessi, e così, al posto dei soliti Bot, ti lanciasti nel mercato azionario con l’allettante prospettiva di aumentare facilmente il tuo piccolo capitale dello……meno sessanta per cento.

Una volta quando non avevi tempo, avevi uno stipendio, una macchina aziendale, dei benefit; frequentavi alberghi tre, quattro stelle con sauna piscina welness, massaggi, ristoranti esclusivi, vestivi per motivi di rappresentanza abiti firmati, cambiavi l’auto personale ogni quattro anni, e pensavi, quando avrò più tempo, tempo…..

Come detto hai tutto il tempo che vuoi, ma, hai una pensione e se nel mondo esiste una contraddizione di termini elevata è, salvo note eccezioni, proprio fra queste due parole- pensione e tempo.

Ti eri sposato una prima volta, ma le cose non eranno andate bene, così dopo qualche anno. la separazione poi, dopo i termini di legge, lungagginì borocratie eccetere eccetera, otto lunghi anni, il divorzio. Nel frattempo avevi conosciuto la persona giusta, vi eravate frequentati per alcuni anni,

stavate bene ansieme, ti risposasti, stavolta è la volta buona pensasti, è la persona giusta, e per fortuna lo era. Ma averi già quarant’anni, e sempre meno tempo, così di comune accordo decideste,

egoisticamente forse, di non mettere al mondo figli. Sono già vecchio ormai, pensavi, e l’mpegno del lavoro proprio non mi lascia il tempo neccessario da dedicare a un figlio.

La conseguenza logica è che non pensasti nemmeno ad una casa, vivevi in un appartamento in affitto e la cosa ti sembrava giusta così, a cosa mi serve possedere una casa, o un appartamento, pensavi, se non ho nessuno a cui lasciarlo? Ti sembrava tutto così logico, sino a quando, a causa dell’affitto che aumentava costantemente ad ogni rinnovo di contratto e alla pensione, ti accorgesti che in tutti quegli anni avevi pagato al tuo locatore due o trè volte il valore dell’appartamento e che avresti continuato a pagarlo con il relativo costante aumento ad ogni rinnovo di contratto.

Così, a quasi sessant’anni, con quanto gli investimenti mirati suggeriti dal tuo bancario avevano  lasciato dei tuoi risparmi e con un mutuo, decidi di acquistare una casa, un appartamento dove trascorrere tranquillamente, speri, i tuoi anni a venire, dove passare il tuo tempo.

Hai tanto tempo, ma poca pensione, un mutuo, tasse, spese per riscaldamento, luce, acqua e altre per medicinali e visite mediche a causa degli acciacchi che aumentano con l’età, come aumentano tutte le altre spese, solo la pensione lei, non aumenta.

I periodi di vacanza si accorciano e vengono spostati a periodi di bassa stagione, è perché non ti piace la ressa, la folla, dici, ma lo sai è solo perché costa meno. Il numero di stelle sul depliant dell’ albergo diminuisce ogni volta, sino ad arrivare al garni, al monocale in affitto, è perché così, dici, sono libero di andare a mangiare nei vari ristoranti del luogo, senza orari ne impegni, ma lo sai, è solo perché costa meno.

Le gite fuori porta si riducono, da settimanali a quindicinali, da quindicinali a mensili, da mensili a quando capita. Il ristorante diveta una pizzeria, la pizzeria un pic nic. È meglio così, dici, si va dove si vuole senza prenotare si trova sempre posto è più sano, all’aria aperta e poi, nei ristoranti ultimamente, non è che si mangi poi tanto bene, ma è solo perchè costa meno.

La tua auto ha quasi dieci anni e centoquarantamila chilometri, l’hai tenuta bene, è ancora una bella auto, ma anche lei ha i suoi anni, ti ha portato a spasso per tanto tempo e comincia ad esserre stanca, a mostrare qualche acciacco e, tutte le volte che ci sali ne accarezzi il volante, dentro te le parli dolcemente, sussurri, resisti ancora ti prego, non mollare. Sai che se dovesse succedere sarebbe un dramma, non potresti sustituirla ora e forse mai.

Sei in pensione, hai sessant’anni e tutto il tempo che vuoi, tempo per passeggiare in paese, leggere un buon libro, lo stesso e…. guardare la televisione.

                                                                                                                    

Giu 5, 2007 - racconti brevi    1 Comment

In alto, tutto è più buono.

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Ma quanto manca? La tua voce mi giunge alle orecchie, suona affaticata, il respiro affannoso, la gola secca, da due ore siamo su un sentiero che sale verso il giacciaio. Non è particolarmente difficile come sentiero ma è impervio, quando cammino chino in avanti sotto il peso dello zaino sembra che i sassi mi debbano sbattere in fronte. Poco ancora poco, rispondo, si e no dieci miniti. Rispondo senza girarmi, anch’io ho il fiatone e per quanto il panorama visto da lì sia bellissimo, non mi volto per evitare quella sensazione che ti prende quando sei in alto ed affaticato, quella di poter perdere l’equilibrio e rotolare di sotto. Uno sguardo verso l’alto, un respiro profondo e via, gli occhi fissi concentrati sulla punta degli scarponi, avanti, avanti, passo dopo passo. La stanchezza si fa sentire, e anche i pensieri che di solito mi accompagnano mentre salgo cominciano a latitare, così come sempre inizio a contare i passi, un, due, tre, …..contocinque……….duecentodieci.. ………… Quanto manca ancora?  La tua voce mi raggiunge nuovamente e per la terza volta mi chiede quanto manca ed io sempre a risponderti poco,  ancora poco si e no dieci minuti, e nel frattempo è già trascorsa più di un ora.
Ma questa volta è vero, manca poco, basta girare là dove il sentiero curva e si perde nel cielo, dai questa volta siamo quasi arrivati, un sorso d’acqua e avanti dai, e si ricontano i passi, uno, due, tre, …
centodieci………….duentoottantasette. Improvvisamente il sentiero volta, spiana, e incassato tra due cime chiuso in una piccola valletta, il ghiacciaio. Non e un ghiacchiaio enorme, è lungo solo un migliaio di metri e largo si e no duecento, ma è comunque impressionante da vedere, siamo arrivati, stanchi sudati e l’aria  che scende nella valletta più che fresca è gelida, ma restiamo lì in contemplazione stanchi, sudati, vestiti solo delle bermuda e dei calzettoni, in quanto la prima cosa che abbiamo fatto appena arrivati è stata quella di togliere gli scarponi. Respiriamo a pieni polmoni, guardiamo verso le cime e verso valle cercando di scorgere, giù alle pendici, il piccolo paese dal quale siamo partiti qualche ora prima, poi come un rito, ci chiniamo a bere l’acqua che in piccoli rivoli e cascatelle di disperde dal nevaio. Ci asciughiamo dal sudore e ci laviamo rabbrividendo con quell’aqua gelida, per coprirci subito dopo con camicia, felpa o maglione, il cielo è di un blu intenso, il sole è alto ed è anche caldo e forse dopo se troveremo un piccolo affranto, al riparo dal vento, ci sdraieremo un po’ a prendere il sole, ma per ora ci sediamo su alcuni massi ai lati del ghiacciaio, apriamo gli zaini e, sul masso più grande e più piano approntiamo una tavola improvvisata, l’acqua il vino, si prendono i panini , si sono conservati abbastanza bene sono ancora croccanti, si tagliano col coltello e si inizia il rito, il taglio del salame, fette corpose, rosse, profumate. Mentre io taglio lei le libera della pelle e le dispone ordinatamente all’interno del pane, e in quell’aria fredda si respira per un attimo l’accattivante profumo del pane e salame, sino a quando quasi con frenesia affondiamo i denti nel pane, per il primo saporito boccone ed è quasi estasi. Un bicchiere di vino o di acqua, e in silenzio si continua a masticare quel pane e salame che sembrano le cose più buone che esistano al mondo. In alto, tutto è più buono. Dopo ci aspetta il ritorno e sarà altrettanco faticoso che la salita, ma questa è un altra storia, e in noi per sempre rimarrà il ricordo di quella fatica, di quel piccolo ghiacciaio, di quel pane e salame.

refusi

Giu 5, 2007 - racconti brevi    No Comments

Italia Germania 4a 3, ovvero mademoiselle C…….

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Correva l’anno 1969, finito il servizio militare da pochi mesi, avevo da poco trovato un nuovo impiego più interessante e meglio remunerato quale responsabile commerciale presso una locale azienda operante nel settore tessile. Il nuovo lavoro comportava la conoscenza della lingua francese, visto che era per la gestione delle vendite su tale mercato che ero stato assunto, pertanto, visto che le mie conoscenze di questo idioma risalivano ai lontani tempi delle scuole medie e non era di certo esaltante, decisi di iscrivermi ad una scuola serale per migliorarne la conoscenza.

Fu così che ti conobbi, mademoiselle C………. , insegnante ventitreenne, francese di origine italiana, Varesina per l’esattezza, bruna formosa, occhi neri, sguardo sognante, con quel canino superiore al lato destro della bocca leggermente spostato in avanti che rendeva il tuo dolce sorriso involontariamente provocante e con quell’immancabile erre moscia, fRancese come amavi specificare, un po’ per vezzo un po’ per scusa.
Ricordo l’inizio dell’anno, in classe una quindicina di ragazze, nessuna degna di attenzione e una decina di ragazzi, fra i quali un paio, a giudizio delle allieve, proprio niente male, e tu che sembravi uscita da una telenovela, ora potrei dirlo, allora non esistevano ancora. Camicetta bianca, golf azzurro di cachemire, che più che nascondere accentuava le curve del seno, gonna nera a tubo, francesine mezzo tacco, l’abbigliamento classico delle insegnati del tempo che non riusciva comunque a nascondere la freschezza della tua giovane età e le provocanti forme del tuo corpo. Iniziò subito la gara, fra noi alunni per attirare la tua attenzione, io me ne restavo un po’ in disparte, ero molto timido allora ed insicuro dei miei mezzi, timido lo sono ancora, ma mi conosco molto meglio. Non mi spiegavo l’attenzione che allora mi dedicavi, mademoiselle, ritenevo fosse dovuta al fatto che io con già un infarinatura delle tua lingua, fossi quello che meglio si prestava alle conversazioni in francese che tu tenevi per oltre meta del tempo di lezione. Così trascorse quasi tutto l’anno scolastico, dove la lingua non si studiava più per un fattore di studio, almeno per quanto riguardava noi ragazzi, ma solo per farti piacere, in una sorta di competizione per la conquista di un premio, sino a quella sera di maggio. Un maggio del 1970, l’anno dei mondiali di calcio in Messico, quella sera in cui si scatenò un temporale, e subito ci fu chi cerco di approfittarne offrendoti un passaggio con l’auto, ma tu declinasti l’invito, e mi guardasti sorridendo, non so come trovai il coraggio ma………..“ Ho l’ombrello in macchina- proposi- se vuole l’accompagno così facciamo quattro passi a piedi“. Sorridesti ancora ed accettasti l’invito, c’incamminammo così, sotto quell’unico ombrello lungo le vie del centro, non abitavi molto lontano dalla scuola, solo pochi minuti che però a me parvero eterni, mentre io faticavo a spiaccicare parola, e tu mi raccontavi dei tuoi trascorsi di bimba, presso i nonni in quel di Luino, sulle sponde di un lago non molto distante e simile a quello sulle cui sponde risiedevo, ma comunque a me allora sconosciuto.
Dopo quella sera ne vennero altre, sere senza pioggia, tiepide sere primaverili nelle quali io sempre a piedi ti accompagnavo lungo le strade sino a casa, un po’ meno silente, raccontando anch’io le bellezze di quell’altro lago che meglio conoscevo, quasi in una disputa, ognuno a vantare con foga le bellezze dei luoghi, che conosceva, sino a quella sera in cui tu ti proponesti di farmi da cicerone per farmi visitare, in una gita domenicale, i luoghi amati della tua infanzia. Quella domenica, il 19 giugno 1970, la domenica di Italia Germania dei mondiali di calcio. Passai a prenderti al casa poco dolo le 13 di quella domenica ormai estiva, soleggiata e calda, con la mia auto, una Fiat 600, Abarth diceva lo scudetto blu e rosso con lo scorpione applicato ai fianchi della vettura, ma che probabilmente assieme alla marmitta ed ai tubi di scappamento maggiorati, era tutto quello che di Abarth possedeva quella vettura. Mi venisti incontro con una camicetta rosa aperta un foulard dello stesso colore al collo, una mini scozzese rossa e nera e sandaletti col tacco, salisti sull’auto sorridente e ti accomodasti sul sedile, ed io ricordo, rischiai subito l’incidente, intento mio malgrado a sbirciare quelle gambe che cosi provocanti uscivano da quel lembo di stoffa. Ci avviammo così, verso quei luoghi che tu tanto ben conoscevi, verso Luino, e poi su in una valle del luogo sino ad un rifugio, di cui non ricordo il nome e dal quale si poteva ammirare il panorama del lago, a sud Arona e le isole Borromeo e a nord su sin quasi a Locarno ed alla Svizzera, e tu che col sorriso negli occhi mi raccontavi i tuoi trascorsi e con malinconia il ricordo dei nonni che ti avevano accompagnato nella tua infanzia. Si era fatto quasi sera e prendemmo così la vie del ritorno, quella sera l’appuntamento per me era al bar, con gli amici tutti a tifare Italia, la partita sarebbe iniziata alle 19 ore italiane, arrivammo così sotto casa tua, scesi per salutarti accompagnandoti al portone e, fu lì che tu mi chiesti :“Vuoi salire a farmi compagnia, così guardiamo assieme la partita.” Cerco ancora oggi di ricordare esattamente cosa successe, cosa mi spinse a rispondere di no, risposi di no,capite di no, con un monosillabo distruggevo un sogno, mi scusai, farfuglia degli amici al bar , che non volevo disturbare; si ricordo ancora come tu più volte in classe, forse per evitare domande imbarazzanti o forse perché vero dicesti di dividere l’appartamento con una dolce vecchietta che ti ospitava , ma ancora oggi mi chiedo se non sia una scusa da me aggiunta al ricordo per giustificare la mia stupidità. Ricordo la sera dopo, lunedì lezione , entrasti in classe mentre noi ancora infervorati discutevamo del risultato di quella partita e tu allora, con aria indifferente rivolta verso la classe ma fissandomi negli occhi dicesti. “Si anch’io ho visto la partita, ma ho dovuto guardarla da sola, la signora che mi ospita era in visita dalle sue amiche e non è rientrata che oggi.” Non ho pianto, ma avrei voluto farlo, avrei voluto urlare la mia stupidità al mondo, avrei voluto chiederti scusa, per non avere capito, per avere preferito la compagnia di un gruppo di persone urlanti alla tua, ma quella sera non trovai il coraggio di farlo, ne quella sera ne poi, anche perché tu, ferita, mi evitasti e non cercasti più la mia compagnia.
L’anno scolastico ormai era alla sua fine e tu annunciasti che la settimana seguente saresti rientrata in Francia, dandoci appuntamento all’anno successivo. Passarono i mesi estivi io tornai dalle ferie, ripresi il lavoro e mi iscrissi al corso di perfezionamento, attesi con ansia l’inizio delle lezioni con il fermo desiderio di porgerti quelle scusa che non avevo trovato il coraggio di fare, col desiderio di rimediare e la prima sera entrato in aula guardai verso la cattedra, ma non c’eri tu, una gentile signora quarantenne mi invitò con un sorriso a prendere posto…………….
Non ti ho più rivista mademoiselle C……………..ma sei rimasta sempre nei miei ricordi ………col tuo volto, col tuo sorriso e con l’offerta di quel dono che io stupido non sono stato in grado di capire e di accettare e tutte le volte che qualcuno parlando di sport ricorda il fascino di quelle vittoria del calcio italiano, dentro associato al ricordo ho un velo di malinconia per ciò che non è stato e da allora, ho avuto altri rimpianti, quelli di essermi perso alcune partite della nazionale italiana nel corso di altri mondiali.

                                                                                refusi

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