Giu 5, 2007 - racconti brevi    1 Comment

In alto, tutto è più buono.

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Ma quanto manca? La tua voce mi giunge alle orecchie, suona affaticata, il respiro affannoso, la gola secca, da due ore siamo su un sentiero che sale verso il giacciaio. Non è particolarmente difficile come sentiero ma è impervio, quando cammino chino in avanti sotto il peso dello zaino sembra che i sassi mi debbano sbattere in fronte. Poco ancora poco, rispondo, si e no dieci miniti. Rispondo senza girarmi, anch’io ho il fiatone e per quanto il panorama visto da lì sia bellissimo, non mi volto per evitare quella sensazione che ti prende quando sei in alto ed affaticato, quella di poter perdere l’equilibrio e rotolare di sotto. Uno sguardo verso l’alto, un respiro profondo e via, gli occhi fissi concentrati sulla punta degli scarponi, avanti, avanti, passo dopo passo. La stanchezza si fa sentire, e anche i pensieri che di solito mi accompagnano mentre salgo cominciano a latitare, così come sempre inizio a contare i passi, un, due, tre, …..contocinque……….duecentodieci.. ………… Quanto manca ancora?  La tua voce mi raggiunge nuovamente e per la terza volta mi chiede quanto manca ed io sempre a risponderti poco,  ancora poco si e no dieci minuti, e nel frattempo è già trascorsa più di un ora.
Ma questa volta è vero, manca poco, basta girare là dove il sentiero curva e si perde nel cielo, dai questa volta siamo quasi arrivati, un sorso d’acqua e avanti dai, e si ricontano i passi, uno, due, tre, …
centodieci………….duentoottantasette. Improvvisamente il sentiero volta, spiana, e incassato tra due cime chiuso in una piccola valletta, il ghiacciaio. Non e un ghiacchiaio enorme, è lungo solo un migliaio di metri e largo si e no duecento, ma è comunque impressionante da vedere, siamo arrivati, stanchi sudati e l’aria  che scende nella valletta più che fresca è gelida, ma restiamo lì in contemplazione stanchi, sudati, vestiti solo delle bermuda e dei calzettoni, in quanto la prima cosa che abbiamo fatto appena arrivati è stata quella di togliere gli scarponi. Respiriamo a pieni polmoni, guardiamo verso le cime e verso valle cercando di scorgere, giù alle pendici, il piccolo paese dal quale siamo partiti qualche ora prima, poi come un rito, ci chiniamo a bere l’acqua che in piccoli rivoli e cascatelle di disperde dal nevaio. Ci asciughiamo dal sudore e ci laviamo rabbrividendo con quell’aqua gelida, per coprirci subito dopo con camicia, felpa o maglione, il cielo è di un blu intenso, il sole è alto ed è anche caldo e forse dopo se troveremo un piccolo affranto, al riparo dal vento, ci sdraieremo un po’ a prendere il sole, ma per ora ci sediamo su alcuni massi ai lati del ghiacciaio, apriamo gli zaini e, sul masso più grande e più piano approntiamo una tavola improvvisata, l’acqua il vino, si prendono i panini , si sono conservati abbastanza bene sono ancora croccanti, si tagliano col coltello e si inizia il rito, il taglio del salame, fette corpose, rosse, profumate. Mentre io taglio lei le libera della pelle e le dispone ordinatamente all’interno del pane, e in quell’aria fredda si respira per un attimo l’accattivante profumo del pane e salame, sino a quando quasi con frenesia affondiamo i denti nel pane, per il primo saporito boccone ed è quasi estasi. Un bicchiere di vino o di acqua, e in silenzio si continua a masticare quel pane e salame che sembrano le cose più buone che esistano al mondo. In alto, tutto è più buono. Dopo ci aspetta il ritorno e sarà altrettanco faticoso che la salita, ma questa è un altra storia, e in noi per sempre rimarrà il ricordo di quella fatica, di quel piccolo ghiacciaio, di quel pane e salame.

refusi

Giu 5, 2007 - poesie    No Comments

very important person

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VIP

Prima egli era tutto

signore e padrone,

despota e tiranno.

Ora

sotto un freddo marmo bianco

è poco più che niente,

è

polvere soltanto

 

Giu 5, 2007 - racconti brevi    No Comments

Italia Germania 4a 3, ovvero mademoiselle C…….

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Correva l’anno 1969, finito il servizio militare da pochi mesi, avevo da poco trovato un nuovo impiego più interessante e meglio remunerato quale responsabile commerciale presso una locale azienda operante nel settore tessile. Il nuovo lavoro comportava la conoscenza della lingua francese, visto che era per la gestione delle vendite su tale mercato che ero stato assunto, pertanto, visto che le mie conoscenze di questo idioma risalivano ai lontani tempi delle scuole medie e non era di certo esaltante, decisi di iscrivermi ad una scuola serale per migliorarne la conoscenza.

Fu così che ti conobbi, mademoiselle C………. , insegnante ventitreenne, francese di origine italiana, Varesina per l’esattezza, bruna formosa, occhi neri, sguardo sognante, con quel canino superiore al lato destro della bocca leggermente spostato in avanti che rendeva il tuo dolce sorriso involontariamente provocante e con quell’immancabile erre moscia, fRancese come amavi specificare, un po’ per vezzo un po’ per scusa.
Ricordo l’inizio dell’anno, in classe una quindicina di ragazze, nessuna degna di attenzione e una decina di ragazzi, fra i quali un paio, a giudizio delle allieve, proprio niente male, e tu che sembravi uscita da una telenovela, ora potrei dirlo, allora non esistevano ancora. Camicetta bianca, golf azzurro di cachemire, che più che nascondere accentuava le curve del seno, gonna nera a tubo, francesine mezzo tacco, l’abbigliamento classico delle insegnati del tempo che non riusciva comunque a nascondere la freschezza della tua giovane età e le provocanti forme del tuo corpo. Iniziò subito la gara, fra noi alunni per attirare la tua attenzione, io me ne restavo un po’ in disparte, ero molto timido allora ed insicuro dei miei mezzi, timido lo sono ancora, ma mi conosco molto meglio. Non mi spiegavo l’attenzione che allora mi dedicavi, mademoiselle, ritenevo fosse dovuta al fatto che io con già un infarinatura delle tua lingua, fossi quello che meglio si prestava alle conversazioni in francese che tu tenevi per oltre meta del tempo di lezione. Così trascorse quasi tutto l’anno scolastico, dove la lingua non si studiava più per un fattore di studio, almeno per quanto riguardava noi ragazzi, ma solo per farti piacere, in una sorta di competizione per la conquista di un premio, sino a quella sera di maggio. Un maggio del 1970, l’anno dei mondiali di calcio in Messico, quella sera in cui si scatenò un temporale, e subito ci fu chi cerco di approfittarne offrendoti un passaggio con l’auto, ma tu declinasti l’invito, e mi guardasti sorridendo, non so come trovai il coraggio ma………..“ Ho l’ombrello in macchina- proposi- se vuole l’accompagno così facciamo quattro passi a piedi“. Sorridesti ancora ed accettasti l’invito, c’incamminammo così, sotto quell’unico ombrello lungo le vie del centro, non abitavi molto lontano dalla scuola, solo pochi minuti che però a me parvero eterni, mentre io faticavo a spiaccicare parola, e tu mi raccontavi dei tuoi trascorsi di bimba, presso i nonni in quel di Luino, sulle sponde di un lago non molto distante e simile a quello sulle cui sponde risiedevo, ma comunque a me allora sconosciuto.
Dopo quella sera ne vennero altre, sere senza pioggia, tiepide sere primaverili nelle quali io sempre a piedi ti accompagnavo lungo le strade sino a casa, un po’ meno silente, raccontando anch’io le bellezze di quell’altro lago che meglio conoscevo, quasi in una disputa, ognuno a vantare con foga le bellezze dei luoghi, che conosceva, sino a quella sera in cui tu ti proponesti di farmi da cicerone per farmi visitare, in una gita domenicale, i luoghi amati della tua infanzia. Quella domenica, il 19 giugno 1970, la domenica di Italia Germania dei mondiali di calcio. Passai a prenderti al casa poco dolo le 13 di quella domenica ormai estiva, soleggiata e calda, con la mia auto, una Fiat 600, Abarth diceva lo scudetto blu e rosso con lo scorpione applicato ai fianchi della vettura, ma che probabilmente assieme alla marmitta ed ai tubi di scappamento maggiorati, era tutto quello che di Abarth possedeva quella vettura. Mi venisti incontro con una camicetta rosa aperta un foulard dello stesso colore al collo, una mini scozzese rossa e nera e sandaletti col tacco, salisti sull’auto sorridente e ti accomodasti sul sedile, ed io ricordo, rischiai subito l’incidente, intento mio malgrado a sbirciare quelle gambe che cosi provocanti uscivano da quel lembo di stoffa. Ci avviammo così, verso quei luoghi che tu tanto ben conoscevi, verso Luino, e poi su in una valle del luogo sino ad un rifugio, di cui non ricordo il nome e dal quale si poteva ammirare il panorama del lago, a sud Arona e le isole Borromeo e a nord su sin quasi a Locarno ed alla Svizzera, e tu che col sorriso negli occhi mi raccontavi i tuoi trascorsi e con malinconia il ricordo dei nonni che ti avevano accompagnato nella tua infanzia. Si era fatto quasi sera e prendemmo così la vie del ritorno, quella sera l’appuntamento per me era al bar, con gli amici tutti a tifare Italia, la partita sarebbe iniziata alle 19 ore italiane, arrivammo così sotto casa tua, scesi per salutarti accompagnandoti al portone e, fu lì che tu mi chiesti :“Vuoi salire a farmi compagnia, così guardiamo assieme la partita.” Cerco ancora oggi di ricordare esattamente cosa successe, cosa mi spinse a rispondere di no, risposi di no,capite di no, con un monosillabo distruggevo un sogno, mi scusai, farfuglia degli amici al bar , che non volevo disturbare; si ricordo ancora come tu più volte in classe, forse per evitare domande imbarazzanti o forse perché vero dicesti di dividere l’appartamento con una dolce vecchietta che ti ospitava , ma ancora oggi mi chiedo se non sia una scusa da me aggiunta al ricordo per giustificare la mia stupidità. Ricordo la sera dopo, lunedì lezione , entrasti in classe mentre noi ancora infervorati discutevamo del risultato di quella partita e tu allora, con aria indifferente rivolta verso la classe ma fissandomi negli occhi dicesti. “Si anch’io ho visto la partita, ma ho dovuto guardarla da sola, la signora che mi ospita era in visita dalle sue amiche e non è rientrata che oggi.” Non ho pianto, ma avrei voluto farlo, avrei voluto urlare la mia stupidità al mondo, avrei voluto chiederti scusa, per non avere capito, per avere preferito la compagnia di un gruppo di persone urlanti alla tua, ma quella sera non trovai il coraggio di farlo, ne quella sera ne poi, anche perché tu, ferita, mi evitasti e non cercasti più la mia compagnia.
L’anno scolastico ormai era alla sua fine e tu annunciasti che la settimana seguente saresti rientrata in Francia, dandoci appuntamento all’anno successivo. Passarono i mesi estivi io tornai dalle ferie, ripresi il lavoro e mi iscrissi al corso di perfezionamento, attesi con ansia l’inizio delle lezioni con il fermo desiderio di porgerti quelle scusa che non avevo trovato il coraggio di fare, col desiderio di rimediare e la prima sera entrato in aula guardai verso la cattedra, ma non c’eri tu, una gentile signora quarantenne mi invitò con un sorriso a prendere posto…………….
Non ti ho più rivista mademoiselle C……………..ma sei rimasta sempre nei miei ricordi ………col tuo volto, col tuo sorriso e con l’offerta di quel dono che io stupido non sono stato in grado di capire e di accettare e tutte le volte che qualcuno parlando di sport ricorda il fascino di quelle vittoria del calcio italiano, dentro associato al ricordo ho un velo di malinconia per ciò che non è stato e da allora, ho avuto altri rimpianti, quelli di essermi perso alcune partite della nazionale italiana nel corso di altri mondiali.

                                                                                refusi

Giu 5, 2007 - poesie    No Comments

A mia madre

 

Scansione 1 (2)

 

La tua fine, è la fine del tempo

Lascia questo luogo
senza un rimorso
senza un rimpianto
lascia il tuo tempo
convinta
di aver dato tutto
di avere amato tanto
di non aver mai dimenticato
ne una carezza
ne un sorriso
lascialo portando appresso
ogni espressione di un viso
o di tutti i visi
che tu hai amato.
Lascialo così
come sei giunta, ringraziando
chi te ne ha fatto dono
in un momento
che ora, non ti par neppur
così lontano
perché tutto quello
che tu chiamavi tempo
sta li racchiuso
nel palmo di una mano

Giu 5, 2007 - dialoghi    No Comments

ricordando Parigi e un po’ di Francia

ogni domenica mattina

attraverso le imposte aperte arrivano le note di una fisarmonica e per pochi momenti il tempo sembra fermarsi e mi riporta indietro a quei giorni trascorsi a Parigi, in un piccolo hotel di Montmartre in rue de Orderer… ai bistrot ed alle bulangerie, ai fiori ed agli artisti di strada… al bateau mouche che scivola lento sulle acque della Senna nella notte illuminata di Parigi, in una cornice senza tempo e senza spazio dove il mondo, per un istante indimenticabile, appare in tutta la sua grandiosità. Ed un sogno diventa realtà.

si faceva colazione con omelette, pane fresco imburrato e croissants… e poi gambe in spalla per cercare di vedere quante più cose possibile, scomparivamo nel dedalo della metropolitana parigina da Place de la Concorde, all’Arco di Trionfo fino alla Defense… il Quartiere Latino di Saint Germain… Il Louvre con la Venere di Milo e la Nike di Samotracia… i Gargoil di Notre Dame nell’Ile de la Citè… la Tour Eiffel… E poi le notti romantiche e scintillanti della Ville Lumiere…

                                                                                   pallina

si bella Parigi, caotica sino all’inverosimile sino alla sera, poi tranquilla anche se sempre affollatissima, perchè Parigi la notte, si vive a piedi…………. 
                                                        ref

 sì, a piedi e poi ancora ,cercarndo di imprimere nella mente quanto di tutto, le emozioni, gli odori …. il quartiere latino dove la sera, fuori dai ristoranti grechi rompono i piatti, mentre si mangia suonano e ballano il sirtaki …. e prima di Parigi la Normandia, le spiagge, lo sbarco, piccoli cimeli racchiusi in vetrinette di vetro …. una galletta, un pettine, divise …. il cimitero americano, tante croci bianche in un paesaggio stupendo quasi a voler rendere omaggio …. il silenzio …. ieri negli Stati Uniti la giornta del ricordo in memoria dei tanti soldati americani caduti.
                                                                                                                                          lesartists

Giu 5, 2007 - dialoghi    No Comments

il tempo…..forse cucino…..

(sempre più difficile quattro mani)

…. appartengo al mio tempo …. se non altro a queste ore …. appartengo alla mia testa …. note di violino che svolazzano senza comporre ordinata melodia, meglio un gatto nero con macchia bianca all’occhio destro che miagola saltellando su tasti neri e bianchi di un vecchio pianoforte …. una padella antiaderente che sta aspettando di essere riempita, noci sgusciate svogliatamente e l’ordine di una stanza minimalista …. appartengo al mio tempo ….

                                                                                                                  Lesartists

pasta saltata in padella, speck, radicchio e noci, il profumo sale nell’aria e si confonde con le note di uno svogliato violino, il gatto nero che si era confuso con i tasti del pianoforte, ora si distrae annusa laria e circospetto si avvia verfso quella nera padella che figlia del suo tempo diffonde poesia nell’aria…..

                                                                                                                   refusi

la finestra è aperta e  mentre l’ultimo raggio di sole attraversa la stanza, una brezza leggera gonfia le tende portando con se l’odore del gelsomino… il gatto ormai sazio pigramente si accoccola sul divano… ed il suono di un vecchio violino via via si allontana nella sera…

                                                                                                                   pallina

…portando con se ricordi lontani

di un tempo che è passato,ma che rimane

presente a farti compagnia….come le

dolci note di quel violino

                                                                                                                  marosa

Giu 5, 2007 - dialoghi    No Comments

Le strade di campagna

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a tre mani

 

strette e piene di buche, costeggiate da canneti, erba alta punteggiata di fiori selvatici e qualche albero secolare. Le terre coltivate si estendono a perdita d’occhio interrotte di tanto intanto dalle macchie di colore dei frutteti e di vecchi casolari. Ed il cielo libero dalla gabbia della città sembra davvero infinito.

                                                                                                                 pallina

le strade di campagna sono uguali ovunque, quante volte le ho percorse da ragazzo, costeggiando campi di grano, di mais, filari di uva, camminando su quelle strade che ti coprono le scarpe di terra quando e secco, o te le inzaccherano con le loro pozzanghere quando ha piovuto, percorrerle e come percorre i ricordi…………………..

                                                                                                           refusi

i ricordi di una vita spesi a guardare

sempre oltre quei filari…

oltre quei campi di grano… nella

convinzione che le risposte siano

sempre oltre….qual cosa….

…infinito nel suo immenso splendore,

dove le nubi si rincorrono a formare

piccole figure che sembrano ballare…

e ci trasportano lontano in infiniti

mondi dove vorremmo essere……

                                                                               marosa

e sembra che il tempo si fermi e ci porti in un’altra dimensione, dove resteremo ragazzi per sempre e niente e nessuno potrà portarci via i nostri sogni…

                                                                                     pallina

i nostri sogni rubati,

i nostri sogni cercati,

i nostri sogni violati…

ma difesi a tutti i costi,perchè

nessuno ne sara’ mai padrone

si…lo saremo,fin tanto che

saranno nascosti

in quella profondita’ oceanica

del nostro cuore,dove nessuno

potra’ mai portarceli via.

                                                             petitcoeur

 

Giu 5, 2007 - poesie    2 Comments

il giardino dei semplici

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fiori di campo di voi nessun si cura,
persi fra l’erba verde della primavera,
senza strafare, senza mai rumore,
occhieggiate timidi, e il vostro azzurro fiore
è come un semplice, umile sorriso,
dimenticato e troppe volte aimè deriso……….
perchè in silenzio portate dentro al cuore,
ogni vostra gioia, ogni dolore……

                                                         refusi

Giu 5, 2007 - pensieri    No Comments

tratto da un messaggio ad un’amica

……………….. ho apprezzato molto l’allegoria del vento, e dell’onda, il vento che soffia e disperde, portandoti a ricostruire con maggior cura quanto avevi gia fatto, l’onda che rimuove e riporta sempre con moto ineguale, provocando comunque differenze e cambiamenti nell’animo delle persone, che ti spinge a crescere o ad abbandonare, io sono il vento e l’onda, sono il distruttore ed il costruttore di me stesso, sono la ricerca e la fuga e forse proprio per questo io non sono nulla

                                                                                   refusi

Giu 5, 2007 - pensieri    No Comments

Negli occhi come nel cuore

Negli occhi, come nel cuore, le immagini, come la parole hanno una loro voce che racconta di tempi trascorsi lasciando tracce diffuse di malinconia, ricordi…..

                                                                                                 refusi

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