Set 2, 2007 - poesie    7 Comments

quanti tipi di amore esistono…….

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Un amore bastardo       10.03.71

Un amore bastardo,
nato dal caso
nascosto, occultato,
non voluto.
Maledetto.
Abortito in silenzio
disumano,
che vive di dolore
che si nutre di lacrime,
che nell’ansia,
nell’attesa
brucia
ogni desiderio di vita.
Un amore bastardo
che nelle notti insonni
fa imprecare di rabbia
e come droga crea
incubi e visioni.
Un amore bastardo,
partorito dall’odio
vomitato
in stomachevoli conati.
Un amore bastardo
che non vuole morire
scacciato ritorna,
ucciso rinasce,
come fantasma perseguita
inseguendo ricordi,
creando lacrime
che mai
avranno arcobaleno.
Amore, bastardo amore,
quando?
Tornerò a sorridere

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Ago 28, 2007 - pensieri    6 Comments

Vicino al mare o ai monti esiste……

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Cortina – Laghetto di Ghedina

esiste sempre un luogo dove fermarsi, dove noi riteniamo sia giusto fermarsi, un luogo sulla riva del mare, con nelle narici l’odore della salsedine portato dalla brezza mattutina, od un luogo dentro ad una valle alle pendici di monti dove ancora anche nelle estati più calde si possano scorgere tracce di neve e dove l’aria profuma di erba appena tagliata, di fiori, di resine di pini. Dove sedersi tranquilli, perdersi con lo sguardo all’orizzonte al limite del paesaggio, sorbirsi lemtamente un caffè e ricordare……. Eiste ancora un luogo chiamato casa

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Ago 25, 2007 - racconti brevi    5 Comments

Anche i pensionati vanno in vacanza

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Val Badia – Corvara – il Sassonger

Sì, anche i pensionati vanno in vacanza  e di solito lo fanno fuori stagione, quando gli altri non sono ancora partiti o sono già per la gran parte rientrati e lo fanno per due ragioni,  l’insofferenza all’eccessiva presenza di folla  dovuta all’età, e la ben più grave insofferenza dovuta ai prezzi dell’alta stagione.
Pertanto anch’io come molti di questi pensionati partirò per le vacanze in questo periodo, domani per l’esattezza. Andrò in quei luoghi che ormai da parecchi anni sono il luogo abituale delle mie vacanze sia estive che invernali, le montagne della luna, le Dolomiti. Partirò seguendo il percorso abituale,  rifuggendo il traffico caotico dell’autostrada, costeggerò il lago sino a Colico, poi su per la Valtellina, Sondrio, Tirano, deviazione per l’Aprica, poi giù sino ad Edolo per risalire ancora verso Ponte di Legno ed il passo del Tonale, sosta per il caffè ed uno sguardo su, al ghiacciaio del Presena dove staranno sicuramente sciando. E giù ancora di nuovo verso la Val di Sole sino a sfiorare  Madonna di Campiglio ed addentrarsi nella Val di Non  dove sarà sicuramente in corso la prima raccolta delle mele e su ancora sino al passo della Mendola, dove in uno dei ristorantini locali ci si fermerà per un breve spuntino e da cui si ripartirà per discendere verso Bolzano non senza avere dato uno sguardo prima a quella che in passato era stata per anni la residenza estiva della Principessa Sissi Imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Da Bolzano su lungo la Val d’Adige, per addentrarsi poi lungo la Pusteria ed infine , prima di Brunico deviare per la Val Badia e su sino a La Villa dove da anni affitto un appartamentino, sia l’estate che l’inverno e vi assicuro che già questo primo giorno è un ottimo preludio alla vacanza. Amo questi luoghi e ormai li considero come una mia seconda casa, vi sono giunto una ventina di anni fa quasi per caso e da allora non li ho più abbandonati, ho percorso sci ai piedi quasi tutte le piste, camminato per innumerevoli sentieri, raccolto funghi,  scattato migliaia di foto e diapositive ed ancora non mi sono stancato di ripercorrere questi luoghi e di ammirarne la bellezza. Sì domattina parto e per una decina di giorni vi lascio, sono sicuro che vi mancherò, e che visto che mi volete molto bene vi state augurando che io possa stabilirmi in quei luoghi che amo senza più tornare.
Ma per non farvi pesare troppo, la mia assenza, ho approntato un paio di piccole cosette che verranno postate nell’arco di questi giorni, mi sembra di sentire i vostri sospiri di sollievo alla notizia, un saluto a tutti i bloggher a presto                                                                           refusi

Ago 24, 2007 - pensieri    5 Comments

notturno

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non mi accadeva da tempo di ritrovarmi a queste ore d’avanti al pc. Ultimamente il sonno se pur di non lunga durata si era fatto più regolare, immancabilmente a letto verso le 2,30 immancabilmente sveglio all’incirca alle 8. Ora forse a causa dell’emicrania, mi ritrovo ad aspettare l’alba di fronte al monitor acceso, alla ricerca di qualche cosa di nuovo da leggere, poco in verità e senza la più pallida idea su cosa eventualmente scrivere. Così ho aperto la pagina e ora lascio che i miei polpastrelli cerchino accuratamente i tasti senza sapere esattamente cosa voglio scrivere, ma solo con la ferma intenzione di evitare quei refusi che abitualmente caratterizzano i miei scritti, cerco di accarezzare la tastiera e non di aggredirla cone faccio solitamente, con mia moglie che dalla stanza accanto commenta “A quando la nuova tastiera?” Si perché io e la tastiera siamo nemici, beh vediamo di non esagerare, diciamo antagonisti da sempre, io che cerco di scrivere in fretta tutte quelle cose che mi passano per la mente con la paura di smarrirle prima che possano apparine nero su bianco sopra ad un foglio di carta o nella schermata di un monitor, e lei che si contorce scivola cercando di evitare le mie dita impacciate e violente che si le si abbattono sopra come magli inpazziti rincorrendo un veloce pensiero, con i risultati già noti. Sì lo so, già più tardi in giornata, preso dalla frenesia del pensiero, dalla voglia di postare velocemente una risposta tornerò ad essere il badilante imbranato di sempre che batte sulla tastiera come fosse il ferro posto sopra ad un incudine e mancando, quando la media è bassa, un tasto ogni dieci per correre poi a premere l’invio dimenticando di effettuare anche il  ben che minimo controllo con una veloce rilettura. Ma ora no, ora l’accarezzo la sfioro, cerco accuratamente ogni singolo tasto e scendo adagio sopra per premerlo con dolcezza e verificando nel contempo che il tasto sia quello giusto e che corrisponda a ciò che voglio scrivere, mentre nelle orecchie avvolte dalle cuffie risuanono dolcemente le note del notturno di Chopin  

                                                                     ref…

 

 

Ago 22, 2007 - racconti brevi    6 Comments

Carenze affettive

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Carenze affettive

Stava seduto adagiato stancamente nella poltrona, mentre con aria distratta osservava la partita sullo schermo televisivo, il suo pensiero seguiva altri impulsi, aveva voglia di staccarsi dalla poltrona, vestirsi ed uscire, ma si costrigeva a rimanere seduto, ora capiva cosa significava quella frase che aveva sentito pronunciare altre volte in altre occasioni, crisi di astinenza, e mentre il suo cervello formulava questa osservazione lui si era ritrovato a pensare a quando tutta quella storia era  iniziata. Bruno, di nome e di fatto, capelli scuri, occhi vivaci dove si poteva scorgere una traccia di quel sorriso disincantato ed ironico, che aveva sempre stampato sul viso. Trentaquattro anni, un metro e ottanta per settantadue chili di peso, fisico snello, scattante, asciutto, quasi atletico, anche se lui non praticava  attivamente nessuno sport in particolare. Ormai ricorreva un anno dal giorno della sua separazione, sì da un anno era ritornato ad essere single, i primi mesi erano trascorsi tranquillamente, sonnacchiosi si potrebbe dire, fra il lavoro e l’adattamento al nuovo genere di vita, sino a quel giorno, quel maledetto giorno. L’ansia era apparsa all’improvviso, la tranquillità svanita nel nulla, e all’improvviso si era ritrovato fuori per strada alla ricerca di qualche cosa che potesse riempire quel vuoto, aveva impiegato tempo, fatica e rimediato anche alcune figure di merda, che anche se il termine all’apparenza può sembrare volgare, è quello che riassume brevemente ed in sintesi quanto in realtà successo, poi l’aveva trovata. Si chiamava Franca, biondina, magra e lunga, capelli lunghi sciolti sulla spalle, con quell’aria svampita tipica di chi è alla ricerca di un contegno e di  una personalità non ancora acquisita, le difficoltà erano state solo iniziali, convinta ad accettare un caffè, seduti al tavolino della terrazza di un bar sulle rive del lago la conversazione era proseguita in modo fluido e divertente, al caffè si era aggiunta una birra e poi un’altra ancora, ed a tarda sera, non si erano presentate difficoltà all’offerta di effettuare un giro turistico nell’appartamento di uno scapolo. Sì Franca la ricordava bene, era stata la prima della serie, per le altre, solo un vago incrociarsi di nomi, di, volti di fatti, di sorrisi e di ansiti, il tutto mescolato all’ansia perenne di riempire quel vuoto. Quell’ansia che lo spingeva per le strade la sera che lo constringeva ad un ritmo da stakanovista ad una media di tre per settimana, ed era diventato veramente bravo, in breve tempo aveva superato la fase delle figure di merda, bastava un po’ di attenzione, iniziare ad osservare il soggetto da lontano. Passo veloce, deciso faccia dritta avanti, la guardi, ti osserva per un attimo per nulla impressionata e tira diritto, da evitare, il rischio è della solita figura di merda. Cammina in modo elastico, dondolandosi sulla punte, risponde in modo franco al tuo sguardo, sorride al tuo sorriso appare simpatica e cordiale, da evitare, trascorreresti tutta le serata, e quelle successive a discorrere dei suoi problemi a fare osservazioni sui suoi dubbi e sulle sue aspettative. Eccola alfine è lei,  pare camminare in modo affrettato come una che abbia molte cose da fare ed un posto in cui recarsi ti ha già adocchiato da lontano e ti sta osservando con attenzione, ma nell’attimo in cui si accorge di essere osservata a sua volta sembra incespicare, il passo si affretta ma si riduce a piccoli passetti brevi, quasi volesse dare l’impressione di affrettarsi e nel contempo di non voler mai lasciare quei pochi centimetri su cui sta camminando. Con lo sguardo cerca disperatamente una vetrina al lato della via a cui destinare la propria attenzione, la mano sale in un gesto rapido a scostare della fronte un’inesistente ciocca di capelli, lo spazio si accorcia, si avvicina, giunta alla tua altezza con il tuo sguardo che le brucia il viso, piega la testa leggermente di lato e verso il basso, le palpebre chiuse a evitare i tuoi occhi, per poi lanciarti di sfuggita proprio nell’attimo in cui le vostre teste sono alla stessa altezza un ultimo breve supplicante sguardo. Inizialmente sembrerà non darti retta, volgerà lo sguardo altrove apparentemente infastidita, ma poi ad una semplice frase, “Scusa se ti ho disturbato, mi sembravi sola e volevo solo farti compagnia, scambiare quattro chiacchiere ed eventualmente offrirti un caffè”, scioglierà quell’apparente gelo, era la frase tanto attesa, “Se si tratta solo di un caffè, lo accetto volentieri grazie”. Quante ne ha conosciute e dimenticate, quante hanno contribuito a cancellare nel corso delle serate e delle notti la sua ansia, salvo poi ritrovarsi al mattino con un estranea nel letto e con l’amaro desiderio che la cosa non fosse mai accaduta e che non dovesse più ripetersi e il tutto da quella maledetta volta. Gli mancava, non riusciva a farne a meno. Il solo pensiero scatenava ancora il desiderio, il sangue gli ribolliva nelle vene e la bocca improvvisamente arida e priva di saliva,  come dite?  La separazione? La moglie che lo aveva lasciato? Ma, no ma che avete capito, la separazione era stata indolore le cose non funzionavano più da tempo ed era stata un sollievo per entrambi. No da quella maledetta volta che il medico osservando la sua cartella clinica aveva commentato, “ C’è un principio di diabete, da oggi basta cioccolato se vuoi continuare a vivere”.

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Ago 20, 2007 - poesie    3 Comments

Tributo a Prevert

scritta in un lontano 19.. in una piccola soffitta di rue Reaumur sopra i tetti di Parigi, , in una giornata troppo fredda per passeggiare….

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Histoire d’un jour

Jour, un jour
un histoire.
Le soleil se leve
comme d’habitude,
l’eclaircir du ciel
premiere pale lumiere,
un homme qui se leve
en se reveilland,
comme toujours,
que regarde la fenetre
de sa chambre
ouverte sur le mond,
le mond ouvert sur la vie,
la vie ouverte.
Et il regard
fermé dans sa chambre
il regard l’ouverture,
et il chante
il chante l’ouverture
qu’il regard.
Heureux il s’abille,
comme toujours,
il dessend sur la rue
qui dessend vers la ville
et il s’en va
ses pieds qui tombent
en suivent le ritm
de la chanson qu’il chante,
la chanson chantand
le cafè ou toujour
il bois son café,
et appré il retour
et il marche sur la rue
la rue que marche dans dans la ville
la ville que marche dans le mond
le monde que marche dans la vie,
la vie ou il marche.
Il va, il revien,
il regard la rue
que a dejà regardé hier,
appres hier
et tous les autres jours arrièr.
La rue n’est pas changée,
les murs sont gris
les fenetres ouvertes
ou fermées,
toujours le memes  ouvertes,
toujours les memes fermèes.
Les memes visagers aussi,
des hommes, des femmes
qui vont
ou va la rue,
la rue que va dans la ville,
la ville que va dans le mond,
le mond que va dans la vie,
la vie que va
et va,
sans retourner jamais.
Toujours  pareille,
malheureusement heureuse
ou heureusement malheureuse,
il n’y a pas difference.
Jusqu’au un jour,
le derniere jour d’un homme.
Un homme qui se leve
et qui chante
qui dessend dans la rue,
un homme que tombe
sur le pavé de la rue,
(s’etait pareil
si le pavé tombait sur lui)
et il tegard
la derniere fois
et cett fois
le soleil
derniermant couchant,
n’est plus pareill,
la rue des tous les jours,
meme de la dimanche,
samble etre changée,
c’est plus trist,
plus loin
presqu’inconnue.
Un jour
un histoire,
histoire d’un jour.
Un jour pareill
aux autres
pour tout le mond,

sauf exceprions.
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Storia di un giorno

Giorno, un giorno
una storia.
Il sole sorge
come sempre,
lo schiarire del cielo
prima pallida luce,
un uomo che si alza,
risvegliandosi
come sempre,
guarda la finestra
della sua camera
aperta sul mondo,
il mondo aperto sulla vita,
la vita aperta.
Ed egli guarda,
chiuso nella stanza
guarda l’apertura
e canta,
canta l’ouverture
che sta guardando.
Felice si veste,
come sempre,
e scende sulla strada
che scende verso la città
e se ne va,
i suoi piedi si muovono
seguendo il ritmo
della canzone che canta,
la canzone cantante
il caffè dove da sempre
beve il suo caffè
e poi egli torna
sulla strada e cammina,
la strada che cammina nella città
la città che cammina nel mondo,
il mondo che cammina nella vita,
la vita, dove egli cammina:
E va, e ritorna
guarda la strada
che ha già guardato ieri
l’altro ieri
e tutti i giorni passati.
La strada non è cambiata,
i muri sono grigi
le finestre aperte
o chiuse,
sempre le stesse aperte,
sempre le stesse chiuse,
Il medesimi visi
di uomini, di donne,
che vanno
dove va la strada,
la strada che va nella città
la città che va nel mondo,
Il mondo che va nella vita,
la vita che va
e va,
senza tornare mai,
sempre uguale,
infelicemente felice
o felicemente infelice,
non fa differenza.
Sino ad un giorno,
l’ultimo giorno di un uomo.
Un uomo che si alza
e che canta,
che scende sulla strada;
un uomo che cade
sul selciato della strada,
(sarebbe stato eguale
se il selciato fosse caduto su lui)
ed egli guarda
l’ultima volta,
e questa volta
il sole,
all’ultimo tramonto,
non è più eguale,
la strada di tutti i giorni,
anche della domenica
sembra cambiata,
è più triste,
più lontana,
quasi sconosciuta.
Un giorno,
una storia,
la storia di un giorno.
Un giorno simile
agli altri
per tutto il mondo,
salvo eccezioni.
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Ago 16, 2007 - poesie    3 Comments

Incontro

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Io e te,
due gatti randagi,
ognuno per la sua strada.
Improvviso
l’incontro.
In un vicolo buio
nascosto alle morali
celato al perbenismo
io e te
due gatti randagi,
per un piccolo
attimo,
parentesi aperta
su un istante di vita,
parlammo d’amore.
Ie e te,
due gatti randagi,
per un infinito attimo.
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Ago 10, 2007 - racconti brevi    6 Comments

Giorgio- La compagnia del lido

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Trentacinquenne, un metro e settanta per 90 chili, capelli e occhi scuri, bello a giudizio delle donne, se non fosse stato per quell’eccesso di peso. Sì perché il cinquanta per cento di quei novanta chili, Giorgio se li portava tutti appresso ad altezza vita, in morbide pieghe che gli ballonzolavano attorno ai fianchi quasi fossero una ciambella salvagente a più strati. Faceva parte delle compagnia del lido, quella che, nel corso degli anni 80, si ritrovava tutte le estati a partire dal mese di giugno i sabati e le domeniche al lido di Villa Geno, sulla sponda destra del lago, per le solite interminabili partite a ramino pocherato, interrotte soltanto, durante le giornate più calde, da saltuarie quanto brevi docce o da salti dal pontile dentro le acque del lago alla ricerca di un po’ di refrigerio. Eravamo sempre i soliti, da anni, una compagnia eterogenea, il Corselli, sessantenne proprietario di una tabaccheria e articoli souivenir del centro, di origine emiliana, uomo pacato e tranquillo, paziente mai sopra le righe, Felice ex parrucchiere, detto Felicetti o scheggia impazzita, un po’ per le sue dimensioni, un po’ per il fatto che se non riusciva a vincere almeno un ramino nel corso della giornata dava in escandescenze tali da far temere a tutti che prima o poi sarebbe incorso in un infarto, aveva il vezzo di togliersi abitualmente una decina di anni. Nel corso di alcuni incidenti avvenuti allo stadio, dei quali era stato vittima innocente aggiudicandosi il record assoluto di salto in lungo dalle gradinate con conseguente frattura di tibia e perone, aveva dichiarato il falso alle forze dell’ordine insistendo sul fatto che la data di nascita, presente sia sulla patente che sulla carta di identità, fosse dovuta ad un grossolano errore dell’anagrafe. Sergio, fortunato rappresentante di un paio di aziende produttrici di liquori altamente in voga in quel periodo e che grazie all’invenzione della segreteria telefonica, si limitava a scaricare gli ordini registrati ogni mattina ed a trasmetterli alle aziende, affetto da un incipiente calvizie che cercava di mascherare con un vistoso riporto che gli partiva dal lato sinistro del capo sino a coprire tutta la parte anteriore per giungere alla parte destra, fermato in modo civettuolo, nei giorni di vento, da una molletta. Non era più ricorso al parrucchino da quando una sera alla Romantica, nota sala da ballo posta in quel di Lugano, un amico glielo aveva  tolto con una mossa rapida dalla testa durante un ballo, sotto gli occhi stupiti di una signora straniera che aveva lasciato precipitosamente la sala. Primino, anche lui agente di commercio, ma meno fortunato, trattava elettrodomestici, e doveva sbattersi tutti i santi giorni lungo le strade della provincia per portare a casa un po’ di soldi, non che guadagnasse poco intendiamoci, ma erano tutti soldi abbondantemente sudati. Giorgio di cui vi ho già parlato e naturalmente il sottoscritto.
La compagnia era sempre quella, le novità assenti, salvo i normali fatti di vita quotidiana, da anni, tranne che per quell’anno, quell’anno le cose andarono diversamente. Era il primo sabato di apertura, e la voglia di iniziare a giocare era tanta che appena raggiunto il minimo numero consentito cominciammo a giocare, dopo qualche minuto giunse Felicetti aggregandosi immediatamente al tavolo, a questo punto mancava solo Giorgio, le domande di rito, sai se viene? Lo hai più sentito dopo? Arriverà più tardi, e così via, ed il gioco era continuato fra le esplosioni di urla di un Felicetti che non sembrava in giornata di grazia. Era ormai pomeriggio inoltrato quando dalle nostre spalle giunse una voce, “Salve ragazzi”, alzammo tutti lo sguardo in contemporanea, poi stupiti ci fissammo negli occhi, con le mani di tutti che dimentiche di quanto stavano facendo avevano lasciato cadere in modo disordinato le carte sul tavolo, di fronte a noi, in bermuda rossi e t shirt gialla Fruit’s of the loom troneggiava, si troneggiava nel suo metro e settanta, con un figurino da far invidia ad un indossatore, Giorgio. Lo stupore fu tale che la domanda proruppe all’unisono da cinque bocche “Ma come cazzo hai fatto?” In risposta ci giunse un sorriso di sufficienza, “Beh, – lo udimmo pronunciare – in verità ero stanco di tutti gli sfottò che mi indirizzavate immancabilmente ad ogni inizio di stagione, così quest’anno a gennaio ho cominciato una dieta e mi sono iscritto ad una palestra frequentando un corso speciale per il rimodellamento del corpo” Inutile dire che nei nostri sguardi oltre alla sorpresa cominciava a farsi largo l’invidia. Con le carte ormai sparse disordinatamente sul tavolo andava da sé che quella partita era ormai, come si suole dire “andata  a puttane”, pertanto la decisione unanime fu quella di sospendere per qualche minuto ed andare a rinfrescarci nelle fresche acque del lago. Ci recammo tutti sulla riva e poi sul pontile che si protendeva sulle acque, Giorgio non si era cambiato, accampando una scusa si era rifiutato di fare il bagno in compagnia, ma mal gliene incolse, non si può rifiutare un invito degli amici. Una strizzata d’occhi e Primino e Sergio si avventarono sul malcapitato lanciandolo in acqua alcuni metri oltre il pontile dove si inabissò rapidamente fra le sonore risate generali, riapparve in superficie dopo alcuni istanti urlando come un ossesso,  come uno che non sapesse assolutamente nuotare e che stesse rischiando di annegare.  Ci guardammo in faccia sorpresi, sapevamo come Giorgio fosse, come tutti noi d’altronde, un ottimo nuotatore e non capivamo il perché di quelle urla forsennate. La t shirt gialla, gonfiata dall’aria si era allargata come una bolla attorno alla sua testa, poi lentamente aveva iniziato a sgonfiarsi nella parte superiore, mentre fra la sorpresa generale aveva iniziato ad allargarsi nella parte inferiore e adagio adagio. la ciambella salvagente multistrato era tornata ad apparire lungo il giro vita all’altezza dei fianchi, la pellicola di domopack, avvolta strettamente attorno alla vita, allentata dall’acqua improvvisamente aveva ceduto, liberando l’insolito contenuto.
Giorgio con gli occhi fuori dalle orbite con quattro bracciate aveva raggiunto la scaletta, arrampicatosi con una velocità inaudita si era poi precipitato fuori dal lido, fra lo stupore di tutti e lasciando noi con la bocca spalancata, il fiato sospeso e con le risate che si erano spente in gola nell’attimo stesso in cui ci eravamo resi conto che quello stupido scherzo si era rivelato molto più feroce di quanto avessimo in realtà mai immaginato. Tornammo ad occupare il tavolo evitando di parlare dell’accaduto, anche se a tratti ed alternativamente, ognuno di noi era costretto ad abbandonare il tavolo incapace di trattenere le risate che gli montavano ferocemente da dentro. L’accaduto avrebbe poi tenuto banco per parecchio tempo al nostro tavolo scatenando ogni volta sonore incontenibili risate e un po’ di rimorso, ma da quel giorno non  vedemmo più Giorgio, neppure negli anni successivi. Venimmo poi a informati che frequentava il lido di villa Olmo, sulla sponda opposta del lago, ma non ci fu mai dato di sapere se confezionato o meno

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Ago 8, 2007 - racconti brevi    9 Comments

Un povero diavolo

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Si chiamava Beleth ed era un povero diavolo, non in quanto effettivamente povero, ma molto più semplicemente perché era veramente un diavolo, diciamo allora un demonio per evitare confusioni. Un tempo era stato un uomo, poi un comune dannato, ricordava di essere morto all’incirca nel quattrocento e di essere stato scaraventato all’inferno per alcune colpe che lui francamente non ricordava neppure di avere commesso. Ripensandoci poi doveva ammettere che in fondo in fondo non si era trovato  neppure troppo male anzi qualche piccola soddisfazione se l’era potuta togliere nei confronti di chi in vita lo aveva sempre sfruttato e che ora come lui era finito all’interno del calderone. Proprio per questa ragione Satana lo aveva promosso, da semplice dannato a diavolo, certo solo un diavolo di seconda categoria, ma pur sempre un diavolo e dopo un breve tirocinio era stato inviato nuovamente sulla terra allo scopo di procacciare nuovi inquilini al suo datore di lavoro con la promessa che se avesse svolto bene il suo compito dopo pochi anni sarebbe potuto rientrate all’inferno con tutti gli onori ad occupare un posto di primo piano.
Purtroppo però le cose non erano andate come lui aveva previsto, non che nel settore asegnatogli fossero tutti buoni, casti, pii e incorruttibili, anzi erano parecchi quelli che finivano ad ingrossare le file dei dannati, ma nessuno, proprio nessuno per merito suo. Ricordava come, quando  rimandato sulla terra gli era stato assegnato un popoloso quartiere di una grande città,  avesse pensato che con i trucchi appresi durante il suo tirocinio avrebbe potuto facilmente indurre in tentazione quei poveri ometti ed indirizzarne a frotte al proprio datore di lavoro. Ma non era andata così, era giunto sulla terra nell’anno 2001. Si era reso subito conto che il mondo non era come lui se lo ricordava, era totalmente cambiato, la sua presenza era assolutamente superflua, la concorrenza per lo più a titolo gratuito e volontaria era veramente spietata. Mezzi di comunicazione, corruzione, furti ,spaccio di droga, prostituzione, omicidi, il tutto avveniva ormai nella totale indifferenza dei più e senza alcun bisogno del suo intervento. Erano ormai trascorsi quattro anni dal suo ritorno sulla terra, ed ora stanco e umiliato si trovava a scrivere al suo datore di lavoro una lettera con una richiesta di trasferimento. Che lo mandassero in Amazzonia, in Groenlandia, in Tasmania, ovunque volessero, ma uno, almeno uno, per una questione di orgoglio voleva mandarlo personalmente all’inferno.

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Ago 2, 2007 - pensieri    3 Comments

malinconica luna…..

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…. sì racconterò a modo mio, seguendo le tracce dei miei pensieri in ordine sparso, come sempre. L’ordine sparso è un ordine soggettivo, lascio che siano piccoli frammenti di vita a disegnare emozioni su di un monitor, presuntuosamente lo spero (per le emozioni). Tutto è relativo e guardando la stampa di Einstein appesa in camera della tiranna (dallo studio se mi sporgo la riesco a vedere) sorrido e penso a quanta strada dovrà ancora percorrere. Oggi sono andata a trovare i miei genitori e scusate la crudeltà delle parole, ma non sopporto di vedere i segni del tempo sui loro visi, quasi a ricordarmi che non ci saranno per l’eternità …. sono controversi i desideri che si hanno a vent’anni ed ora. A vent’anni mi sono allontanata adducendo ad una mia crescita lontana dal nido. Ora vorrei averli vicini per sempre …. sono malinconica, è sempre così quando li saluto e torno a casa mia …. com’è strana questa vita, tutto quello che si combatteva a vent’anni ora lo si ama …. ho l’età della ragione, ho l’età che agli asini che volano non si crede più, ho l’età che …. in questo momento ho bisogno di un sorriso e, forse, di sentirmi dire che è tutto normale ed io non sono diversa, come non lo sono i miei “sentimentalismi” …. scusate, ora vi lascio …. serena notte

                                                                             Lesartists ….